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Archive from luglio, 2014

SALVIAMO IL TEATRO VALLE

Lug 31, 2014   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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TEATRO VALLE

Appello per il Valle: «L’esperienza italiana, nata nel 2011, è l’esempio di come si trasforma un prestigioso teatro in un bene comune» Dal 14 giugno 2011, una comunità di artisti e militanti ha trasformato il Teatro Valle, il più antico e prestigioso teatro di Roma che rischiava di essere privatizzato, in uno dei più avanzati esperimenti di fusione tra la lotta politica e le arti performative nel mondo attuale. Nell’interesse delle generazioni future è stata creata un’entità giuridica denominata “Fondazione teatro Valle Bene Comune” che ha raccolto l’adesione di quasi 6 mila persone. È stato il frutto di un nuovo e genuino processo di cooperazione tra alcuni giuristi molto noti e l’assemblea degli occupanti. Un notaio ha riconosciuto l’esistenza della Fondazione, mentre il Prefetto di Roma ne ha negato la personalità giuridica sostenendo che il possesso della struttura non è un titolo sufficiente per avviare la Fondazione. Tuttavia, nei tre anni di occupazione, mai formalmente autorizzati, il Valle è riuscito a diventare una nuova istituzione del Comune, studiata in tutto il mondo e oggetto di numerose pubblicazioni. Nessuna autorità a Roma ha mai chiesto agli occupanti di lasciare e il teatro, mentre la municipalità ha pagato le bollette della corrente elettrica, 90 mila euro all’anno, oggi è difficile negare che l’occupazione è stata largamente tollerata persino dal precedente sindaco post-fascista. Certamente gli occupanti hanno prestato grande cura per l’antico teatro, hanno raccolto fondi per piccoli restauri e hanno generato in tre anni spettacoli di eccezionale interesse, performance, assemblee, programmi educativi ai quali la popolazione ha avuto accesso attraverso un sistema di donazione basata sulle possibilità di ciascuno. L’esperienza del Valle ha anche ispirato azioni simili mirate alla protezione dei teatri e degli spazi pubblici in tutta Italia e sta promuovendo in tutto il paese esperienze di codificazione delle istituzioni del comune che coinvolgono una ventina tra i maggiori giuristi italiani. Il Valle ha prodotto spettacoli in scena in tutta Europa e ha attratto molti artisti e intellettuali europei. La European Cultural Foundation, tra gli altri, ha assegnato al Valle il prestigioso premio Princess Margritt Award to the Teatro Valle, mentre il Zentrum fur Kunst und Medientechnologie (ZKM) di Karsrhue ha dedicato a questa esperienza uno spazio in una recente mostra internazionale dedicata ai movimenti sociali nel mondo. Dopo le elezioni europee dello scorso maggio, forse come conseguenza di una malintesa istanza legalistica dettata dal nuovo governo, i primi negoziati per risolvere il conflitto sulla titolarità del teatro sono stati improvvisamente interrotti quando l’assessore alla cultura della città di Roma si è dimessa senza essere ancora sostituita. Come risposta alla richiesta della Fondazione di riprendere i negoziati, il nuovo sindaco di Roma, un membro del partito Democratico e noto chirurgo, ha rilasciato alcuni giorni fa una dichiarazione in cui chiede agli occupanti di lasciare il teatro, minacciando l’intervento della polizia e ha proposto un bando pubblico per privatizzare la gestione dello spazio. Questo non può accadere! La città di Roma, come centro culturale mondiale merita una risposta migliore alle istanze poste dal Valle. Rivolgiamo un forte appello alle autorità politiche italiane per cercare un metodo che faciliti, e non reprimano, gli esperimenti istituzionali e culturali nella gestione dei beni comuni. Ugo Mattei, Università di califoria, Hastings e Torino; Salvatore Settis, Accademia Nazionale dei Lincei; David Harvey, Graduate Center of the City University New York; Slavoj Zizek, Birkbeck Institute for the Humanities; Étienne Balibar, University California Irvine; Michael Hardt, European Graduate School Saas-Fee, Svizzera; Costas Douzinas, Birkbeck Institute for the Humanities; Peter Weibel, artista Zkm; Freddy Grunert, artista; Sasa Dobricic, artista; Lynn Hershman, artista; Clemens V. Wedermeyer, artista, David Bollier, Università della California del Sud; Tom Kerns, consigliere dei diritti umani e ambientali; Sandro Mezzadra, Università di Bologna; Tomaso Montanari, Università degli studi di Napoli Federico II; Penelope Simons, università di Ottawa;Anna Grear, Università di Waikato, Nuova Zelanda; Burns H Weston, Università dell’Iowa, Stati Uniti; Aled Dilwyn, Università di Oslo; Università di Warwick; Donald K. Anton, Università nazionale australiana © 2014 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Nutella, continuiamo a farci del male

Lug 27, 2014   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Il compagno Mauro Macchiesi segretario nazionale della Flai Cgil in un’intervista concessa  sabato 26 luglio al Sole 24 ore commenta con soddisfazione il rinnovo del Contratto Integrativo del Gruppo Ferrero Italia scaduto proprio il 30 giugno 2014.

L’accordo prevede, tra l’altro,  un premio variabile triennale di 1.900 euro nel 2015, 2.025 nel 2016 e 2.150 nel 2017 . Ciò comporterà un aumento a regime del 13% dell’ultimo integrativo.

et-moretti-joua-avec-les-autres,M13170Ricordiamo che Ferrero Italia occupa 6.000 addetti che operano nei siti di Balvano (Potenza), Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino) ,  Alba e Pozzuolo Martesana  (Milano), con un fatturato di 6 miliardi e ricavi per 2,7 miliardi pari ad un incremento del 5,8% rispetto all’anno scorso.

La soddisfazione espressa dal sindacalista si appunta sul fatto che tale accordo è stato raggiunto in una condizione  di calo dei volumi con la sola  eccezione della Nutella  che è stata protagonista di un trend di assoluto riguardo.

Così grazie alla magica crema arrivano più soldi ai dipendenti in cambio della  “solita” flessibilità ,   e tuttalpiù compensate da un rinnovato impianto di welfare aziendale che sotto il nome di “Persone in Ferrero” promette l’innalzamento da 2 a 3 mezze giornate di permesso per le visite pediatriche e di una ulteriore giornata  al padre per la nascita del figlio oltre che  a nuove forme di part-time.

Tanta cura per i ragazzi da 0 a 14 anni  commuove o forse contiene una sorta di risarcimento tardivo dopo quanto accaduto in America.

A noi di Previtenda,   lascia  comunque perplessi che la sottolineatura del sindacalista della Cgil sulla sola stabilizzazione occupazionale offerta dall’accordo non contenga neppure una briciola di riflessione circa la questione della protezione dei consumatori al tempo dell’alimentazione industriale.

Possibile che il bravo Macchiesi che porta a casa un rinnovato welfare per i figli delle “Persone in Ferrero” non sappia cosa dire alla mamma cali­for­niana che ha denun­ciato la Fer­rero per­che’ i suoi spot l’avevano con­vinta a cibare ogni mat­tina la pro­pria bimba di zuc­chero e olio di palma anzi­che’ cereali e frutta.

La responsabilità sociale d’impresa non riguarda per noi  solo gli azionisti ed il management ma  anche a tutto titolo sindacati e lavoratori nessuno escluso.

Continuiamo a farci del male.

Alessandro pensaci tu

Lug 24, 2014   //   by wbottoni   //   Cultura  //  Nessun commento
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Megale-home-page-2Abi: Megale (Fisac Cgil), bene Profumo ma ora contratto

Roma, 23 luglio – “Una scelta di alto profilo sia sul piano delle competenze che su quello delle idee”. Così il segretario generale della Fisac Cgil, Agostino Megale, commenta la nomina di Alessandro Profumo alla presidenza del comitato sindacale e del lavoro, organo dell’Abi che gestisce la trattativa con le parti sociali sul contratto.
Megale, che esprime le proprie “congratulazioni” e gli “auguri di buon lavoro”, chiede al neo presidente “un cambiamento ed una svolta da parte di Abi per giungere in tempi non lunghi al rinnovo del contratto nazionale dei lavoratori bancari, sulla base della piattaforma presentata e accompagnata dal progetto di nuovo modello di banca”
“Le nostre priorità – sottolinea il leader dei bancari della Cgil – continuano ad essere: la difesa degli attuali livelli occupazionali; il rafforzamento dell’area contrattuale; la tutela del potere di acquisto e le prospettive per l’occupazione giovanile”.“Per questo – conclude Megale – mi auguro, che pur in presenza di una situazione di crisi del Paese ancora molto forte, il neo presidente sia in grado nei prossimi mesi di realizzare le condizioni per il rinnovo del contratto di lavoro degli oltre 300 mila addetti del settore”.

Subito dopo aver letto la dichiarazione del Segretario Generale sul Presidente Alessandro Profumo ci è venuta alla mente la canzone di Giorgio Gaber “Il Conformista” ……. chissà perché?

Io sono
un uomo nuovo
talmente nuovo che è da tempo che non sono neanche più fascista
sono sensibile e altruista
orientalista
ed in passato sono stato
un po’ sessantottista
da un po’ di tempo ambientalista
qualche anno fa nell’euforia mi son sentito
come un po’ tutti socialista.

Io sono
un uomo nuovo
per carità lo dico in senso letterale sono progressista
al tempo stesso liberista
antirazzista
e sono molto buono
sono animalista
non sono più assistenzialista
ultimamente sono un po’ controcorrente
son federalista.

Il conformista
è uno che di solito sta sempre dalla parte giusta,
il conformista ha tutte le risposte belle chiare dentro la sua testa
è un concentrato di opinioni
che tiene sotto il braccio due o tre quotidiani
e quando ha voglia di pensare pensa per sentito dire
forse da buon opportunista
si adegua senza farci caso e vive nel suo paradiso.

Il conformista
è un uomo a tutto tondo che si muove senza consistenza,
il conformista s’allena a scivolare dentro il mare della maggioranza
è un animale assai comune
che vive di parole da conversazione
di notte sogna e vengon fuori i sogni di altri sognatori
il giorno esplode la sua festa
che è stare in pace con il mondo
e farsi largo galleggiando
il conformista
il conformista.

Io sono
un uomo nuovo
e con le donne c’ho un rapporto straordinario sono femminista
son disponibile e ottimista
europeista
non alzo mai la voce
sono pacifista
ero marxista-leninista
e dopo un po’ non so perché mi son trovato
cattocomunista.

Il conformista
non ha capito bene che rimbalza meglio di un pallone
il conformista aerostato evoluto
che è gonfiato dall’informazione
è il risultato di una specie
che vola sempre a bassa quota in superficie
poi sfiora il mondo con un dito e si sente realizzato,
vive e questo già gli basta
e devo dire che oramai
somiglia molto a tutti noi
il conformista
il conformista.

Io sono
un uomo nuovo
talmente nuovo che si vede a prima vista sono il nuovo conformista.

Nota bene l’articolo appare nella sezione Culturale., francamente quella Sindacale ci sembrava leggermente fuori luogo.

Il “maggioritario” senza regole della Cgil

Lug 22, 2014   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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nicoletta rocchiLa Cgil è bloccata ormai da troppi anni. Ha continuato a vivere schiacciata sul breve termine, in crescente afasia politica, senza fare le scelte strategiche essenziali a conservarsi in buona salute come organismo di rappresentanza e senza neppure avviare una vera discussione. Al contrario, alla crisi di rappresentatività ha teso a rispondere con l’arroccamento e l’adozione di meccanismi artificiali di legittimazione, quali la continua ricerca del riconoscimento reciproco tra i soggetti indeboliti della rappresentanza sociale e la pretesa di costruire, per via pattizia, un monopolio contrattuale destinato a crollare nelle aule dei tribunali.
È fallita anche la scommessa del suo recente congresso, di ricercare il cambiamento aprendo una vera e propria fase costituente con il coinvolgimento delle iscritte e degli iscritti. Così come il tentativo di fare vivere il pluralismo delle posizioni all’interno di una impostazione il più possibile unitaria del dibattito congressuale. Anzi, tutto si è risolto nell’esatto contrario e oggi, per la prima volta, in Cgil vige un sistema rigidamente maggioritario. Ove per maggioritario si intende l’appropriazione, aprioristica, pregiudiziale ed esclusiva, da parte della maggioranza congressuale, dell’organismo esecutivo confederale, da cui viene bandita, per decreto non discutibile, ogni espressione del pluralismo dell’organizzazione. Tale pluralismo si trasforma immediatamente e direttamente in “opposizione”, non per scelta della minoranza e neppure dopo l’avvenuta verifica all’interno dell’organismo direttivo dell’assoluta impraticabilità di una governance unitaria, ma semplicemente perché in Cgil esso non ha più cittadinanza, una novità che non può considerarsi un passo verso la modernità: infatti il combinato disposto di tale concezione maggioritaria e dell’assenza di ogni strumento di verifica e di contendibilità democratiche provoca un mutamento dello stesso dna della Cgil in senso autoritario.
Il passaggio a un maggioritario di fatto, quale quello che si sta imponendo, implicherebbe una discussione preventiva di qualche spessore, a partire dal tema dell’applicazione alla democrazia sindacale di principi propri della democrazia politica. I sistemi proporzionale e maggioritario privilegiano ciascuno un aspetto: il primo, la precisa indicazione del peso nelle urne dei singoli contendenti, il secondo l’esigenza della governabilità. Entrambi, in quanto democratici, si basano sull’esercizio universale dell’elettorato attivo e quindi passano per la verifica elettorale: i partiti politici, periodicamente, si sottopongono al giudizio dell’intero corpo elettorale che può decidere di cambiare i rapporti di forza tra di loro, confermando o modificando gli assetti di governo e di opposizione. La scelta, anche nel nostro paese, di un sistema elettorale maggioritario, si è ulteriormente irrobustita con l’avvento, almeno in alcune delle principali forze politiche, della prassi delle primarie per la scelta del candidato a segretario e per l’automatica designazione del vincitore anche a candidato primo ministro.
L’adozione di tali metodi, di pari passo con l’eclissi della forma partito tradizionale, ha teso ad accrescere la contendibilità delle posizioni di comando all’interno delle forze politiche, aumentando nel contempo la visibilità e la personalizzazione della competizione. Questo può piacere o non piacere, ma certo esplicita la necessità di un passaggio attraverso una forte legittimazione popolare di ogni candidatura alla leadership partitica e alla premiership. Ma questo nel caso della rappresentanza sindacale non avviene: l’elettorato “universale” esiste infatti solo per l’elezione delle rappresentanze sindacali aziendali e, anche in questo caso, è sottoposto a correzioni di tipo organizzativo. Occorre a tale proposito rilevare che la Costituzione repubblicana, scritta all’indomani della fine del regime fascista che aveva vietato il diritto alla libera organizzazione sindacale, tende a privilegiare il valore democratico dell’organizzazione. Tuttavia, di fatto, in assenza di una legge applicativa dell’art.39 della Costituzione, la vicenda sindacale italiana si è sviluppata all’insegna dell’autonomia collettiva e all’ombra di una legislazione di sostegno (di cui lo Statuto dei lavoratori rappresenta l’esempio più significativo) che non è intervenuta mai direttamente sulle questioni contrattuali e quelle organizzative interne ai sindacati.
Per molti anni, il sistema si è retto su un mix di democrazia delegata, centrata sulle tre grandi centrali sindacali, e di democrazia diretta, in virtù della quale ai lavoratori è sempre spettato il diritto di validare con il loro voto le piattaforme rivendicative e gli accordi collettivi realizzati in loro rappresentanza. Nel corso del tempo il sistema non è mutato, ma è mutata, e profondamente, la condizione in cui esso opera: il lavoro è cambiato, i rapporti di forza anche, le tipologie di lavoro si sono moltiplicate, la concorrenza da costi ha giocato al ribasso sui trattamenti contrattuali, salariali e normativi. Sono diverse anche le condizioni soggettive dei lavoratori, il loro modo di pensare, il loro rapporto con il lavoro e con i diritti in esso incorporati, la loro idea di come difenderli o la loro rassegnazione all’esistente. Progressivamente si è allentato il loro rapporto con il sindacato, precludendo a molti, soprattutto fra i più giovani, la possibilità di entrare in contatto con la dimensione della rappresentanza collettiva, l’unica in grado di educare a coltivare i temi della solidarietà e della comunità di interessi. A differenza di altri momenti di cambiamento epocale, questa volta, il sindacato italiano non è stato in grado di farvi fronte.
Per tornare alla domanda iniziale, ci sono differenze tra democrazia politica e democrazia sindacale? E, se si, come si estrinsecano? In passato, attraverso le correnti partitiche e, dopo la loro fine a partire dagli anni novanta, attraverso il rigoroso rispetto dei filoni politici e culturali che hanno sempre caratterizzato l’identità della Cgil, il pluralismo è stato costantemente riconosciuto all’interno di esecutivi in cui si privilegiava la rappresentanza di tutti e si adottava il metodo della mediazione nella paziente ricerca di posizioni condivise. Tale attitudine ha tenuto insieme un’organizzazione plurale anche nei momenti di più alta tensione politica. Nel passaggio al modello maggioritario, specie nella sua forma estrema di governo/opposizione, si sono perse queste caratteristiche senza che venissero sostituite da forme nuove di rispetto e di tutela del pluralismo. Ora non è più chiaro a quali principi faccia riferimento il sistema di governance in vigore e dunque diventa ineludibile la necessità di prendere decisioni in proposito.
La scelta è tra l’evoluzione verso forme di governance nuove o la conferma e l’ancoraggio alle antiche modalità di funzionamento. Tertium non datur! Non è infatti più accettabile che la Cgil resti, come ora, nella terra di nessuno delle riforme non realizzate: novecentesca, nelle forme apparenti della sua democrazia di organizzazione, ma in realtà caratterizzata da fortissime connotazioni personalistiche e autoritarie, in cui nei fatti la collegialità è cancellata, le segreterie sono uno staff dei segretari generali, il rapporto tra potere direttivo e potere esecutivo è fortemente compromesso a favore di quest’ultimo e soprattutto gli assetti del potere interno sono inscalfibili perché le iscritte e gli iscritti tendono a non esercitare alcun protagonismo attivo. Ma per sopravvivere e proiettarsi nel futuro, occorre cambiare, aprirsi all’innovazione. La dialettica e il confronto sono elementi positivi e non ostacoli. La confederalità non è un criterio gerarchico ma un valore che fa parte del metabolismo di tutte le strutture. E se la scelta è, come io sostengo convintamente, quella di puntare al cambiamento piuttosto che a un difficile/quasi impossibile ritorno al passato, occorre innanzi tutto ridisegnare le regole di governance, formali e sostanziali.
Prioritario è stabilire che una democrazia di organizzazione che privilegia la capacità decisionale sulla mediazione ha bisogno di alcune caratteristiche basilari. La prima è la necessità di una legittimazione “universale” per chi assume le posizioni di vertice. Ciò significa che non basta il voto di un comitato direttivo a scegliere una leadership, ma occorre una più ampia assunzione di responsabilità di fronte alla base rappresentata da parte di chi intende concorrere alla leadership stessa: occorre cioè la contendibilità della carica e la legittimazione attraverso il coinvolgimento reale degli iscritti. La seconda è la necessità di regole, vincoli, contrappesi e controlli per rendere contendibile la maggioranza, per evitare che il governo della maggioranza si trasformi nella sua dittatura e per impedire che una leadership perda il suo naturale carattere di direzione politica e si trasformi in termini rigidamente gerarchici, secondo i quali le decisioni non hanno bisogno di essere motivate.
La terza caratteristica è la definizione di un mix corretto tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta: non è più rinviabile l’individuazione, per via legislativa, delle forme della certificazione della rappresentatività delle singole organizzazioni e delle modalità dell’esercizio del voto vincolante dei lavoratori sulle piattaforme e gli accordi che li riguardano. La quarta è che la vita interna dell’organizzazione non può più rimanere in un cono d’ombra da cui sia assente una vera accountability. A questo proposito, esistono alcuni temi da affrontare preliminarmente, per i quali non dovrebbero esistere particolari problemi ostativi: il primo è la trasparenza, anche tramite le tecnologie informatiche, e la rendicontazione dell’attività amministrativa. Il secondo è l’adozione di un codice etico che andrebbe sottoscritto da tutti coloro che operano all’interno del sistema confederale.
Per concludere, penso che se vuole difendere i suoi valori storici, occorre che il sindacato confederale si rinnovi profondamente, senza snaturare, anzi rafforzandola, la funzione contrattuale originaria. Questo, in funzione della costruzione di un modello sociale in cui le persone, con la propria intelligenza, contribuiscano alla vita dell’azienda presso cui prestano attività e alla vita della collettività di cui fanno parte, realizzandosi attraverso il lavoro che fanno: un lavoro ben regolamentato, giusto, sano, un “decent work” che solo la contrattazione collettiva – pur con tutte le profonde riforme di cui ha bisogno per mettersi in linea coi tempi – può garantire.
L’imperativo del cambiamento è categorico per la Cgil: per reagire alla caduta di interesse nei suoi confronti da parte di molti lavoratori, per rompere la diffusa percezione che la accomuna alla casta, per dare risposte nuove al lavoro che è cambiato, per esercitare un protagonismo rinnovato, per ridare l’orgoglio del ruolo ai moltissimi operatori sindacali che cercano ogni giorno di fare il loro dovere, con grande spirito di abnegazione.
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Nicoletta Rocchi è sindacalista della Cgil

Tratto da Left Wing del 4 luglio 2014

Un via flessibile agli Eurobond

Lug 22, 2014   //   by wbottoni   //   Finanza  //  Nessun commento
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Con cauto ottimismo apprendiamo che nella politica economica europea a una stagione di austerità potrebbe finalmente seguirne una di flessibilità. Il tema diviene quindi: quale flessibilità in un’eurozona che impone alla Bce primariamente un obiettivo di inflazione? Come gestire i livelli di disoccupazione in Europa, mediamente ben oltre il 10%, ma che nelle periferie superano il 20%? Come supplire all’assenza di una politica fiscale comune per l’Europa che a oggi continua ad avere diciassette bilanci statali differenti? Basterà rinforzare il bilancio dell’Ue con i gettiti della tassa sulle transazioni finanziarie, la Tobin Tax?
Problemi simili c’erano già alla partenza dell’euro a fine anni novanta. Ben consapevoli di questi ostacoli architetturali a uno sviluppo omogeneo delle economie dell’Ue, i padri fondatori dell’euro innestarono dei supporti regolamentari ad hoc. Tre importanti direttive su come si dovessero misurare i rischi del sistema finanziario – attraverso lo schermo operativo delle agenzie di rating – sancirono che i debiti pubblici di tutti i paesi dell’area euro, nonostante le loro strutturali differenze di rischiosità, fossero da ritenersi ugualmente sostenibili. E quindi la Bce poteva finanziare il sistema bancario accettando quale garanzia qualsiasi titolo di stato europeo.
Sul deficit e sul debito pubblico si definirono alcune regole di immediata comprensione: ad esempio si decise che il 60% del rapporto debito/pil fosse un valore ottimale a cui convergere perché in media quel rapporto in Europa era appunto pari al 60%. Si ometteva un dettaglio: il come. I mercati finanziari hanno scommesso sulla tenuta di questo impianto e hanno quindi venduto i titoli di stato con tassi di interesse più bassi (tedeschi e francesi) e comprato quelli con tassi di interessi più alti (italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi e greci). Queste transazioni hanno portato i tassi di interesse dei vari paesi a convergere verso i livelli dei tassi tedeschi. Si può dire che la finanza è stata la cinghia di trasmissione per la germanizzazione dei tassi di interesse dell’Europa.
Vienna
Non solo. I titoli emessi dai vari stati dell’Unione sono entrati indiscriminatamente nei bilanci delle banche europee: prima della crisi oltre l’80% del debito pubblico greco era presso sistemi bancari diversi da quello greco. Sempre la finanza, quindi, realizzava l’europeizzazione dei debiti pubblici dei singoli stati membri. Il meccanismo si inceppa con lo scoppio della bolla immobiliare americana che però è assai diversa da quelle che negli ultimi cento anni hanno innescato crisi finanziarie. Questa volta, complice una certa superficialità delle regole e dei controlli sulla finanza, le banche di investimento hanno malamente impacchettato i mutui in prodotti derivati e quindi notevolmente aumentato l’assunzione di rischi. Questo fenomeno determina imprevedibili fallimenti bancari come quello di Lehman Brothers e insegna ai mercati finanziari che il rischio che qualcuno, anche se molto grande, possa non ripagare i suoi debiti è un problema concreto. Ancora una volta è la finanza a favorire il contagio della crisi in Europa: le banche europee che avevano intermediato i rischi della bolla immobiliare statunitense falliscono come la IKB tedesca o vengono nazionalizzate come la Royal Bank of Scotland.
Questo mutato contesto costituisce la tempesta perfetta per la fragile Europa. Non si può più ignorare che i paesi europei non hanno tutti la stessa capacità di ripagare i loro debiti. Nel 2009 i mercati iniziano quindi timidamente a quotare differenti rischi per i debiti dei vari paesi e la germanizzazione dei tassi viene insidiata dai primi non trascurabili extra-rendimenti (il famoso spread) rispetto al Bund che invece diventa sempre più richiesto. Come conseguenza una banca che si finanzia dando in garanzia un Bund paga un costo per interessi inferiore a quello che dovrebbe sostenere dando come collaterale un assai meno gradito titolo di debito greco. Siamo però ancora a livelli di spread contenuti, per l’Italia circa 150-200 punti. Ecco, è in questo momento che le istituzioni europee dovrebbero intervenire per salvaguardare l’unitarietà dei tassi di interesse europei. Invece, prevalgono i particolarismi: la Merkel dichiara che ogni paese deve autonomamente farsi carico delle proprie crisi bancarie (novembre 2008), la Bce di Trichet adotta provvedimenti (gennaio 2011) che assecondano il fenomeno della discriminazione dei titoli di stato dati dalle banche a garanzia nelle operazioni di finanziamento e l’Italia, un po’ come i musicisti del Titanic, si trastulla in pacate rassicurazioni al mercato sulla solidità delle sue banche.
Ma se le crisi bancarie sono un problema nazionale e non europeo, se la Bce non crede più che i titoli di stato dell’Unione siano tutti uguali e anzi, nonostante la crisi di liquidità e di fiducia, aumenta due volte in pochi mesi (febbraio e luglio 2011) il costo del denaro, perché scommettere sulla tenuta dell’euro? È più razionale scommettere sul suo sfaldamento. Per fare questa scommessa va colpito il paese che per grandezza economica (livello del pil) e regole di funzionamento dell’euro (rapporto debito/pil, deficit/pil, etc.) può far saltare il banco. Purtroppo i mercati finanziari sanno bene che se salta l’Italia salta anche l’euro e scatta l’attacco speculativo sul nostro paese. Il mercato dei derivati di credito (credit default swap – cds) sull’Italia, cioè quello che consente di scommettere sulla tenuta dell’Italia e quindi dell’euro, raggiunge volumi record; addirittura i cds sull’Italia vengono scambiati solo assumendo come valuta di regolamento i dollari. Che senso ha infatti comprare un’assicurazione contro il rischio Italia che regola in una valuta che al manifestarsi di tale rischio non esisterà più? Lo spread sul Bund supera i 500 punti. E insieme all’Italia anche altri paesi della periferia. Ogni paese e ogni banca regola le transazioni finanziarie in base al proprio spread: ci sono quindi le euro-lire per il sistema Italia, le euro-pesetas per la Spagna etc. Le transazioni finanziarie in Europa cubano in media quasi 10 volte quelle dell’economia reale: a poco vale che un caffè costi un euro in tutte le capitali dell’eurozona, l’euro sui mercati finanziari si è dissolto e si negozia in valute-ombra.
Ma non è finita qui. I mercati esigono che le banche greche, spagnole, italiane acquistino il debito pubblico del proprio governo. Non conta se così si arriva al paradosso, come nel caso della Grecia, che l’attivo di una banca risulti composto quasi esclusivamente da titoli di stato del proprio paese. Dalla europeizzazione si passa alla nazionalizzazione del debito. A questo punto la disgregazione dell’eurozona sembra inarrestabile ma i 4000 miliardi di dollari immessi sui mercati dalle espansioni monetarie americana e giapponese e la dichiarazione di Draghi (settembre 2012) sulla disponibilità della Bce ad acquistare illimitatamente titoli di stato Ue consentono allo spread di normalizzarsi. Cosa che non avvenne con gli LTRO, ossia i prestiti agevolati alle banche per 1000 miliardi di euro decisi dalla Bce a fine 2011-inizio 2012. Quei prestiti infatti fornirono alle banche dei paesi in difficoltà la liquidità per pagare i loro debiti verso le banche tedesche e per nazionalizzare i debiti pubblici; servirono quindi a salvare il sistema finanziario europeo, non certo ad aiutare imprese e famiglie a uscire dalla stretta dei crediti all’economia reale (il credit crunch).
Anche le misure di Quantitative Easing annunciate quest’anno dalla Bce rischiano di muoversi esattamente nella medesima prospettiva dato che l’Eurotower non intende comprare titoli di stato ma titoli di debito privati ad alto rating, cioè crediti di elevata qualità cartolarizzati delle banche. Tenuto conto del credit crunch diffuso un po’ in tutta Europa, c’è da scommettere che le banche tedesche la faranno da padrone. Interventi che non sono la soluzione, ma solo un modo per guadagnare tempo. Guadagnare tempo rispetto a cosa? Rispetto alla revisione di regole scritte in un momento in cui il rischio di credito non esisteva (o almeno non si era manifestato concretamente) e si poteva dichiarare uguale con un tratto di penna in alcune direttive europee; rispetto a una fase in cui la media dei debiti pubblici in relazione al pil era il 60% mentre ora siamo al 90%.
Dopo quattro anni di discutibili politiche di austerità, di ristrutturazione di debiti come quello greco prive di una visione di lungo periodo, si presenta una nuova occasione in cui gli spread sono a un livello aggredibile da decisioni non convenzionali (per l’Italia, 150-200 punti). È un’occasione da non perdere, tenuto conto anche dell’attuale situazione di deflazione. Numerosi interventi sono possibili. Innanzi tutto i debiti pubblici nazionali vanno riconsiderati in chiave europea. In questa prospettiva non superiamo il 100% del pil dell’area euro. Siamo messi quindi assai meglio di Stati Uniti e Giappone e, soprattutto, diventa ipotizzabile un approccio mutualistico sensato: che ogni stato dell’Unione metta a fattor comune una quota del proprio debito in base alla dimensione del proprio pil. La Germania, avendo il pil più elevato, sarebbe lo stato con il più alto debito da mutualizzare; si dissolverebbe così lo scetticismo tedesco sugli eurobond.
D’altronde la Bce il primo passo lo ha già fatto a giugno 2014, decidendo di tenersi in pancia oltre 160 miliardi di titoli di stato italiani, spagnoli e degli altri stati periferici in difficoltà, fornendo quindi nuova moneta alle banche per alleviare le condizioni di credit crunch. È una sorta di mini-Quantitative Easing all’americana, con una sostanziale differenza: la Fed restituisce al Tesoro Usa gli interessi sui titoli del debito nel proprio portafoglio, mentre la Bce li incassa e li redistribuisce alle proprie banche centrali. Di conseguenza le banche centrali tedesca e francese ricevono una consistente fetta degli interessi pagati dalle nazioni periferiche sul proprio debito. L’Italia solo nel 2013 ha pagato circa 4 miliardi di euro di interessi di cui circa 1,5 sono stati erogati alla Bundesbank. Si tratta di un trasferimento improprio di ricchezza dal più debole al più forte cui la Bce dovrebbe subito porre rimedio, rinunciando al pagamento degli interessi.
L’originalità di simili decisioni potrebbe ridare fiducia ai mercati. Se ci crederanno, come è già successo quando partì l’euro più di quindici anni fa, sarà proprio la tanto vituperata finanza a supportare nuovamente la convergenza delle economie dell’eurozona.

di Marcello Minenna

Tratto da un articolo di LEFT WING del 14 luglio 2014

Povertà assoluta (anche di idee)

Lug 20, 2014   //   by ErricoRoberto   //   Blog, Sindacato  //  Nessun commento
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Leopolda13 Renzi

Di Roberto Errico (@dieciroy) da Il Manifesto del 19.07.2014

I dati Istat, presentati nei giorni scorsi e relativi all’incidenza della povertà in Italia, fotografano con la forza dei numeri un paese sempre più sofferente. Secondo l’istituto di statistica, il 9,9% delle famiglie italiane vive oramai in una condizione di povertà assoluta, mentre il 16,6% della popolazione è in una condizione di povertà relativa, stante una soglia di reddito di circa 980 euro per una famiglia composta da due persone. Nel corso del 2013, un milione e duecentomila italiani hanno ulteriormente ingrossato le fila dei poveri assoluti, in particolare a causa della perdita del lavoro e soprattutto nel mezzogiorno d’Italia. Il secondo e terzo figlio sembrano essere diventati un lusso, visto che come risulta dai dati la stragrande maggioranza delle famiglie in condizioni di povertà relativa è composta da almeno 4 componenti. Infine, aumenta anche l’incidenza dei cosiddetti working poor, ovvero di quei lavoratori e quelle lavoratrici che per effetto delle procedure di riduzione dei costi da parte delle aziende e dei trasferimenti sociali da parte delle autorità pubbliche, si ritrovano al di sotto della soglia di povertà relativa pur avendo un lavoro.

Come sottolinea la stessa ISTAT, si tratta di una situazione drammatica che andrebbe affrontata con alcune misure d’urgenza a cui accompagnare una riflessione di  fondo sulla natura stessa della nostra economia. Una vera emergenza, che richiederebbe interventi coraggiosi e in controtendenza e non, come sta accadendo, un silenzio assurdo da parte di un Governo che non ha alcuna intenzione di ribaltare la sua agenda.

L’ufficio marketing di Palazzo Chigi non ama discutere di argomenti poco cool come quello della povertà, e nessuno nel governo sembra avere dimestichezza con un tema che stride così tanto con il Sogno renziano. Sul lavoro poi, a parte il pessimo DL Poletti, non ci sono all’orizzonte provvedimenti che segnino un’inversione di tendenza. Più che sul lavoro, il PD preferisce concentrarsi su quel dopolavoro di lusso per sindaci e consiglieri regionali rappresentato dal futuro Senato non elettivo.

Questa gigantesca opera di ribaltamento delle priorità non è casuale. Per il governo, la povertà in aumento nel nostro paese non è un tema politico da rendere prioritario ma una questione da derubricare alla voce carità & compassione. Lo stessa tema del lavoro è solo una variabile dipendente del processo di liberalizzazione e di abbattimento delle tutele, non essendo in sé un valore da difendere ed estendere.

Se sul piano pratico vi è continuità piena con i governi precedenti, il governo Renzi rappresenta una novità enorme su quello concettuale. Margareth Thatcher amava ripetere che “la società non esiste, esistono solo gli individui”. Il Tony Blair di Rignano sull’Arno, tra un slide e l’altra, lascia intendere che anche l’Italia si deve adeguare a questo modo di approcciarsi alla politica. E se la povertà aumenta, poco male: aumenteranno le vendite di tappeti sotto i quali nasconderla.

Figli di un Dio minore

Lug 11, 2014   //   by wbottoni   //   Finanza  //  Nessun commento
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FIGLI DI U U IO MINORE

Tra quel 99,85% di sottoscrittori  dell’aumento di capitale di Mps spa risulta confermata la presenza di un    investitore istituzionale chiamato Fondo Pensione dei dipendenti  della banca avendo,  per l’appunto,  partecipato  all’Assemblea straordinaria  dello scorso 21 maggio.

Ricordiamo in proposito, che tale attività è stata regolarmente prevista nel documento della politica d’investimento  dei relativi fondi interni seppure,  già da oltre un anno, il titolo in questione, risulta  segnalato nel watch list  di investimenti in corporate da monitorare, in quanto oggetto di analisi delle controversie, come risulta dal report redatto  dal  Fondo Pensione  con il contributo di Vigeo Italia.

Secondo il modello di rating equitis (che indaga  in 6 aree  ESG e relativi 38 criteri) il titolo Paschi oltre il criterio d’ingresso:  Audit &  controllo interno ha posto  in evidenza  anche  il tema della remunerazione  degli amministratori e dei senior executives  su segnalazione, proprio del luglio 2013, della Banca d’Italia.

Nonostante  ciò,  i Cda dei fondi, su proposta della parti elettive, hanno  aderito all’AUC portando all’1,32% e al 1,05% le porzioni di patrimonio dei fondi investiti in strumenti di capitale della banca.

Giova ricordare, che dai dati di bilancio del  Fondo Post’91 e della CPA, risulta una sensibile riduzione dei flussi contributivi rispettivamente del 48,49% e del 37,12%. Ciò  rammentiamo  è avvenuto per effetto dell’accordo sindacale del 19.12.2012.

Desta sorpresa  che tale “clawback” previdenziale alberghi nella  relazione sulla remunerazione 2013, che  seppur priva di cifre  in argomento riesce persino a magnificarli come puri Benefits???

Come pure  risulta oltremodo  poco comprensibile,  la volontà enunciata al punto 5.3.1 del citato  documento  di voler  trasformare  il vecchio  “VAP”  in un non meglio definito premio sociale.

Quel che è certo che è stata individuata sotto il  nome di “personale più rilevante”    una  sorta di enclave   del management,  ricompreso entro i nuovi organigrammi  a quanto pare indicati da Banca d’Italia.

Noi suggeriamo sommessamente, ai  più illuminati nonché rilevanti, la lettura dell’ultimo  rapporto Ambrosettti  che denuncia in modo impietoso l’evoluzione  insostenibile dei compensi dei Top-Manager italiani. Ci  fa piacere proprio oggi, ricordare tali argomenti, vista la delicatissima fase industriale aperta con la   procedura del Fondo, non fosse altro, per  rammentare  alle organizzazioni sindacali  di riuscire  a trovare, prima o poi,  un “gate” da cui far partire le nuove iniziative di azionariato attivo  che arrivano ora da Bruxelles .

C’è oggi infatti,  una proposta di revisione dell’attuale direttiva sui diritti degli azionisti (direttiva 2007/36/CE), che ha lo scopo di migliorare il governo societario delle circa 10mila società quotate nelle Borse europee.

Si promette di dare più diritti ai soci delle aziende, agevolandoli nell’esercizio dei loro attuali diritti e rafforzando i diritti stessi.  Come il diritto a dire la propria sulle remunerazioni, il cosiddetto “say on pay”.

Siamo proprio certi che il “personale ir/rilevante”  non abbia nulla da dire sui sistemi di remunerazione  presenti al Monte dei Paschi di Siena?