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Archive from settembre, 2013

Eclisse della memoria?

Set 25, 2013   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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A chi…
A quelli che …neanche ti salutano più per paura che tu gli parli dello sciopero;
A quelli che “vista la gravità della situazione … è una questione di buon senso!” E loro, di buon senso ne hanno da vendere; soprattutto quando in vendita … sono gli altri!
A quelli che “ci devo pensare” e sai che l’unico pensiero che li guida è il loro portafoglio e quindi… si sa, lo sciopero costa;
A quelli che “purtoppo ce l’hanno loro il coltello dalla parte del manico” e intanto tirano un sospiro di sollievo perché la lama sta tagliando altrove e prima che arrivi a loro… magari si spezza!
A quelli che “io lo farei se servisse” omettendo di aggiungere ”a me”;
A quelli che non lo fanno, pensate un po’ perché? …” per fare dispetto all’azienda che se noi scioperiamo risparmia!”;
A quelli che ”un giorno, due giorni di sciopero non risolvono niente. Si dovrebbe star chiusi un mese”. Eh sì, sono per le cose in grande loro! E intanto, questi agguerritissimi combattenti, hanno la giustificazione per non fare niente;
A quelli che ”con questo papa sono fiero di essere cattolico” per poi dimenticare, subito dopo, il richiamo alla solidarietà;
A chi lo sciopero lo farebbe ma … ha paura di dispiacere a qualche ducetto arrogante.
A tutti questi, e ai tanti altri che qui abbiamo dimenticato, dedichiamo le parole di Antonio Gramsci che, nonostante il carcere, non cambiò mai idea, e non era stupido:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera[…] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”
Invece, a quei sindacalisti che appena ieri proclamavano che il ricorso alle esternalizzazioni:
“e’ la dimostrazione di una strategia aziendale di corto respiro, che tende a spostare i problemi più avanti, con soluzioni che penalizzano esclusivamente i lavoratori. È la dimostrazione che il “problema licenziamenti” viene scaricato ad un’altra azienda per tentare di lavarsi le mani e la coscienza. Gridiamo forte il nostro NO alle esternalizzazioni”;
e che oggi invece affermano, al contrario di ieri, “Non esistono alternative per il risanamento della banca” vogliamo esprimere ammirazione per la mirabolante giravolta del loro pensiero.
Evidentemente, per loro, la coerenza non è una virtù. Del resto, in molti affermano che solo gli stupidi non cambiamo mai idea.
Ma se cambiare idea, purchè non lo si faccia troppo spesso altrimenti si rischia di essere inaffidabili, o per tornaconto personale sennò si è opportunisti, è normale, lo è anche cambiare i propri valori?
E allora vi chiediamo:
La difesa del lavoro, la difesa dei lavoratori è ancora un valore?
Tra i lavoratori comprendiamo tutti o facciamo a forfait?
Un torto, un’ingiustizia è tale per la sua sostanza o per il numero di vittime che colpisce?
Ci piacerebbe che ancora una volta, visto che avete dimostrato di essere bravi a farlo, cambiaste idea e tornaste da quest’altra parte, dalla parte dei lavoratori, tutti .
Per noi è questa la parte giusta.
E non diteci che non l’avete mai lasciata.
Forse non ve ne siete accorti.
Capita, quando si fanno le capriole, soprattutto se vi si aggiunge un triplo avvitamento a destra, un leggero capogiro che può far confondere sulla collocazione che si assume poi nello spazio.
La prova?
Che “Non esistono alternative per il risanamento della banca” al di fuori delle esternalizzazioni fatelo dire al presidente o all’amministratore delegato.
Non potete essere voi l’ufficio stampa di Profumo e di Viola, né la loro cassa di risonanza, soprattutto se, anche per voi, le esternalizzazioni erano quello che per noi continuano ad essere: licenziamenti mascherati.
Un sindacato le alternative le deve trovare e, normalmente, diverse da quelle dell’azienda.
Abdicare alle ragioni del lavoro per sposare quelle dei “padroni” è una sciagura che dura da troppo tempo.
“Non c’erano alternative” avete detto – e in quell’occasione, ahimè, anche la FISAC si unì al coro- quando è stato firmato il CCNL che ora l’ABI, perché si sa che l’appetito vien mangiando, ha disdettato con 10 mesi di anticipo. Un contratto a perdere, per i lavoratori naturalmente, in cambio di quelli che venivano affermati come due principi cardine del contratto: nuova e stabile occupazione –avrebbero assunto i giovani e fatto l’insourcing- e tutela dell’area contrattuale
Oggi i giovani continuano a stare a casa e l’insourcing si fa esternalizzando e le tutele dell’area contrattuale…
Poi c’è stato il contratto integrativo. Anche quello a perdere e, ancora una volta, per i lavoratori.
Del resto i sacrifici è bene che continui a farli chi c’è abituato. Mica si possono far fare ai manager? Quella è gente che non ci ha pratica e non può improvvisare dall’oggi al domani.
E anche in quell’occasione ci avete detto che non c’erano alternative per poi scrivere oggi che “l’azienda avrebbe potuto portare a compimento le esternalizzazioni e la disdetta CIA a prescindere dal raggiungimento di un accordo con il sindacato”. Ci dite che era una schifezza ma, siccome l’azienda l’avrebbe fatta comunque, non ve la siete sentita di lasciarla da sola a farla e l’avete voluta condividere firmandola. Generosità, senso di responsabilità, solidarietà? Forse (vogliamo essere generosi), ma ancora una volta con la parte sbagliata.
Poi, anche sul vostro nuovo ruolo di Enti Certificatori di Qualità, pur se dispiaciuti di non avere ottenuto il vostro marchio DOP sul nostro sciopero, come abbiamo scoperto dal titolo del vostro comunicato “C’è SCIOPERO e sciopero…” nutriamo molte perplessità.
Non capire le ragioni dello sciopero indetto dalla FISAC sembra più pretestuoso che reale; sembra un tentativo di difesa, un alibi per sfuggire alle colpe che probabilmente sentite di avere.
Poi dove sarebbe la “politica di intolleranza” portata avanti dalla Fisac nei vostri confronti?
Nell’avervi lasciato soli a mettere la firma su il nuovo scarno contratto integrativo? Nel non aver firmato le esternalizzazioni? Nell’aver indetto lo sciopero?
E se invece avessimo fatto un volantino come il vostro “ C’è SCIOPERO e sciopero… ?
E’ legittimo non aderire ad uno sciopero ed è legittimo spiegarne le ragioni.
Peccato che voi non l’abbiate fatto.
Non siete stati capaci di andare oltre un attacco alla Fisac, liquidando le nostre ragioni come “illusioni” accusandoci di strumentalizzare i lavoratori e di dividerli, di guidarli ad una sterile contrapposizione, proclamando scioperi senza prospettive.
Verrebbe da chiedervi chi ve l’ha dettato un testo simile; non sembra poter essere stato scritto da sindacati o, almeno, non da sindacati dei lavoratori.
L’azienda comunque, non sappiamo se commossa, sicuramente vi ringrazia.
Che confusione!
Anche la nuova attività da voi intrapresa, biologi studiosi del genoma della CGIL, ci sembra più dettata da livore che da una seria ricerca scientifica. Sono altre le mutazioni genetiche delle quali fareste bene a preoccuparvi ed occuparvi e senza, peraltro, dover uscire di casa.
Poi, sull’ultima fatica partorita dalla fine penna del segretario FABI di Viterbo, che dire?
Sicuramente si è impegnato tanto, non fosse altro per la lunghezza dell’elaborato, ma il risultato è il solito brodo a cui ci ha abitato. Forse più lungo e quindi, se possibile, anche un po’ più disgustoso.
Questi suoi, ormai ricorrenti, soliloqui assomigliano sempre di più ad un ossessione.
La FISAC è la sua ossessione? Oppure che sia uno stratagemma, una tecnica diversiva per distogliere l’attenzione da atteggiamenti equivoci, posizioni difficili da spiegare, da silenzi imbarazzanti?
Meglio buttarla in caciara così che non ci si accorga che “il re è nudo”?
E allora, quando non si ha panem da dare, si prova a dare il circenses.
Con saccente protervia, con i doppi sensi, le illazioni, le Alpi e le Piramidi, la rava e la fava, il peccato originale e la fine del mondo, la deriva dei continenti e il riscaldamento atmosferico e così via, di palo in frasca, con un unico obiettivo: buttare merda sulla FISAC e la CGIL tutta.
Del resto, la botte dà il vino che ha ed è più facile ridicolizzare le ragioni altrui, che spiegare le proprie; soprattutto, poi, se di ragioni non se ne hanno.
Quello che rimane è una sensazione di disgusto ma anche di pena, di compassione.
Proviamo pena per come il livore, il rancore possano accecare sino a dare il peggio di se, sino a portare gli uomini a svelare una meschinità ed una grettezza che non dovrebbe esistere ma che, in caso contrario, ci si dovrebbe vergognare ad esibire.
Suggeriamo, all’estensore del documento, di andare a leggere, o rileggere, la metafora evangelica : ” Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”.
Precisiamo che può essere estesa anche a chi non è fratello e neanche parente alla lontana o addirittura a quelli che considera suoi nemici; noi della CGIL.
Ma anche sulla scelta dei nemici potremmo suggerirgli altri nomi ma un sindacalista dovrebbe averli già individuati da solo e già da un pezzo se questa ossessione per CGIL non gli avesse offuscato la vista.
Invece di fare della FISAC il suo bersaglio preferito, non potrebbe rivolgere l’attenzione all’azienda che la merita tutta e soprattutto in questo momento?
Miglior causa sarebbe degna di cotanta energia spesa; per esempio, la difesa dei lavoratori.
Ed a questi, a tutti i lavoratori che in mezzo a tanta miseria non hanno perso la speranza e non hanno rinunciato a continuare il viaggio con chi con loro lo aveva cominciato e che vogliono proseguirlo insieme, tenendosi per mano perché nessuno si perda durante il cammino, diciamo grazie.
Sappiamo che le battaglie si possono perdere ma solo se si combattono insieme le potremo vincere.
Da soli siamo niente; insieme siamo 30.000 e ad essere soli sono loro.
I sogni rimangono tali se sognati da soli, ma se condivisi diventano realtà.
E allora per un futuro migliore del presente, buona lotta a tutti per un sogno sognato insieme che diventi realtà.
 
 R.S.A di Viterbo – Banca Monte dei Paschi di Siena
Viterbo, 25 settembre 2013 La segreteria

SOLIDARIETÀ’

Set 24, 2013   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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23 settembre 2013

DISCORSO AI POVERI E CARCERATI DI CAGLIARI «La carità è una scelta di vita»

Cari fratelli e sorelle, grazie a tutti per essere qui, oggi. Nei vostri volti vedo fatica, ma vedo anche speranza. Sentitevi amati dal Signore, e anche da tante persone buone, che con le loro preghiere e con le loro opere aiutano ad alleviare le sofferenze del prossimo. Io mi sento a casa, qui. E anche spero che voi vi sentiate a casa in questa Cattedrale: come si dice in America Latina, “questa casa è la vostra casa”, è la vostra casa.

Qui sentiamo in modo forte e concreto che siamo tutti fratelli. Qui l’unico Padre è il Padre nostro celeste, e l’unico Maestro è Gesù Cristo. Allora la prima cosa che volevo condividere con voi è proprio questa gioia di avere Gesù come Maestro, come modello di vita. Guardiamo a Lui! Questo ci dà tanta forza, tanta consolazione nelle nostre fragilità, nelle nostre miserie e nelle nostre difficoltà. Tutti noi abbiamo difficoltà, tutti. Tutti noi che siamo qui abbiamo difficoltà. Tutti noi che siamo qui – tutti – abbiamo miserie e tutti noi che siamo qui abbiamo fragilità. Nessuno qui è migliore dell’altro. Tutti siamo uguali davanti al Padre, tutti!

1. E guardando Gesù noi vediamo che Lui ha scelto la via dell’umiltà e del servizio. Anzi, Lui stesso in persona è questa via. Gesù non è stato indeciso, non è stato “qualunquista”: ha fatto una scelta e l’ha portata avanti fino in fondo. Ha scelto di farsi uomo, e come uomo di farsi servo, fino alla morte di croce. Questa è la via dell’amore: non c’è un’altra. Perciò vediamo che la carità non è un semplice assistenzialismo, e meno un assistenzialismo per tranquillizzare le coscienze. No, quello non è amore, quello è negozio, quello è affare. L’amore è gratuito. La carità, l’amore è una scelta di vita, è un modo di essere, di vivere, è la via dell’umiltà e della solidarietà. Non c’è un’altra via per questo amore: essere umili e solidali. Questa parola, solidarietà, in questa cultura dello scarto – quello che non serve si butta fuori –per rimanere soltanto quelli che si sentono giusti, che si sentono puri, che si sentono puliti. Poveretti! Questa parola, solidarietà, rischia di essere cancellata dal dizionario, perché è una parola che dà fastidio, dà fastidio. Perché? Perché ti obbliga a guardare all’altro e darti all’altro con amore. E’ meglio cancellarla dal dizionario, perché da fastidio. E noi no, noi diciamo: questa è la via, l’umiltà e la solidarietà. Perché? L’abbiamo inventata noi preti? No! E’ di Gesù: Lui l’ha detto! E vogliamo andare per questa strada. L’umiltà di Cristo non è un moralismo, un sentimento. L’umiltà di Cristo è reale, è la scelta di essere piccolo, di stare con i piccoli, con gli esclusi, di stare fra noi, peccatori tutti. Attenzione, non è un’ideologia! E’ un modo di essere e di vivere che parte dall’amore, parte dal cuore di Dio. Questa è la prima cosa, e mi piace tanto parlarne con voi. Guardiamo Gesù: Lui è la nostra gioia, ma anche la nostra forza, la nostra certezza, perché è la via sicura: umiltà, solidarietà, servizio. Non c’è un’altra via. Nella statua di Nostra Signora di Bonaria, Cristo appare tra le braccia di Maria. Lei, come buona madre, ce Lo indica, ci dice di avere fiducia in Lui. 2. Ma non basta guardare, bisogna seguire! E questo è il secondo aspetto. Gesù non è venuto nel mondo a fare una sfilata, per farsi vedere. Non è venuto per questo. Gesù è la via, e una via serve per camminare, per percorrerla. Allora io voglio anzitutto ringraziare il Signore per il vostro impegno nel seguirlo, anche nella fatica, nella sofferenza, tra le mura di un carcere. Continuiamo ad avere fiducia in Lui, donerà al vostro cuore speranza e gioia! Voglio ringraziarlo per tutti voi che vi dedicate generosamente, qui a Cagliari e in tutta la Sardegna, alle opere di misericordia. Desidero incoraggiarvi a continuare su questa strada, ad andare avanti insieme, cercando di conservare anzitutto la carità tra di voi. Questo è molto importante. Non possiamo seguire Gesù sulla via della carità se non ci vogliamo bene prima di tutto tra noi, se non ci sforziamo di collaborare, di comprenderci a vicenda e di perdonarci, riconoscendo ciascuno i propri limiti e i propri sbagli. Dobbiamo fare le opere di misericordia, ma con misericordia! Con il cuore lì. Le opere di carità con carità, con tenerezza, e sempre con umiltà! Sapete? A volte si trova anche l’arroganza nel servizio ai poveri! Sono sicuro che voi l’avete vista. Quell’arroganza nel servizio a quelli che hanno bisogno del nostro servizio. Alcuni si fanno belli, si riempiono la bocca con i poveri; alcuni strumentalizzano i poveri per interessi personali o del proprio gruppo. Lo so, questo è umano, ma non va bene! Non è di Gesù, questo. E dico di più: questo è peccato! E’ peccato grave, perché è usare i bisognosi, quelli che hanno bisogno, che sono la carne di Gesù, per la mia vanità. Uso Gesù per la mia vanità, e questo è peccato grave! Sarebbe meglio che queste persone rimanessero a casa! Dunque: seguire Gesù sulla via della carità, andare con Lui alle periferie esistenziali. «La carità di Gesù è un’urgenza!», diceva Paolo (cfr 2 Cor 5,14). Per il buon Pastore ciò che è lontano, periferico, ciò che è sperduto e disprezzato è oggetto di una cura maggiore, e la Chiesa non può che far sua questa predilezione e questa attenzione. Nella Chiesa, i primi sono quelli che hanno più necessità, umana, spirituale, materiale, più necessità.

3. E seguendo Cristo sulla via della carità, noi seminiamo speranza. Seminare speranza: questa è la terza convinzione che mi piace condividere con voi. La società italiana oggi ha molto bisogno di speranza, e la Sardegna in modo particolare. Chi ha responsabilità politiche e civili ha il proprio compito, che come cittadini bisogna sostenere in modo attivo. Alcuni membri della comunità cristiana sono chiamati ad impegnarsi in questo campo della politica, che è una forma alta di carità, come diceva Paolo VI. Ma come Chiesa abbiamo tutti una responsabilità forte che è quella di seminare la speranza con opere di solidarietà, sempre cercando di collaborare nel modo migliore con le pubbliche istituzioni, nel rispetto delle rispettive competenze. La Caritas è espressione della comunità, e la forza della comunità cristiana è far crescere la società dall’interno, come il lievito. Penso alle vostre iniziative con i detenuti nelle carceri, penso al volontariato di tante associazioni, alla solidarietà con le famiglie che soffrono di più a causa della mancanza di lavoro. In questo vi dico: coraggio! Non lasciatevi rubare la speranza e andate avanti! Che non ve la rubino! Al contrario: seminare speranza! Grazie, cari amici! Vi benedico tutti, insieme con le vostre famiglie. E grazie a tutti voi!

Il nostro “Piano Industriale”

Set 19, 2013   //   by ErricoRoberto   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Il periodo che stiamo vivendo è certamente il più difficile della storia della nostra Banca. L’ampiezza della crisi economica, unita alle note vicende che riguardano il nostro Istituto, stanno determinando una situazione del tutto nuova per tutti i colleghi ed anche per la FISAC del Monte dei Paschi, staccatasi dalle altre organizzazioni sindacali firmatarie dell’ Accordo separato del 19 dicembre 2012 ed impegnata con tutte le sue forze in una battaglia “controvento” a difesa dell’occupazione e contro i progetti di esternalizzazione che la nuova Dirigenza della Banca cerca di imporre. In effetti, il nostro Sindacato sta portando avanti tra mille difficoltà un lavoro eccellente, producendo il massimo sforzo possibile per arginare un progetto di riorganizzazione e razionalizzazione che incide quasi esclusivamente sui salari e sui diritti acquisiti in decenni di lotte. Stiamo lavorando sodo per evitare che i legami di solidarietà tra iscritti con funzioni lavorative diverse si spezzino, ed abbiamo in più occasioni presentato alcune possibili alternative alle esternalizzazioni, puntando anche a ridurre altri tipi di costi, come quello spropositato del top management, senza ledere i diritti di un numero consistente di colleghi. Purtroppo, il lavoro che la segreteria e le RSA sui territori stanno portando avanti è reso molto più difficile dai cambiamenti delle relazioni industriali nella nostra Banca e nell’intero Settore, come anche da tutti i problemi derivanti dalla crisi globale e dalle risposte a questa crisi messe in atto dalle classi dirigenti. Ci ritroviamo quindi stretti tra una situazione interna difficile ed un contesto generale da incubo. Si potrebbe dire che si sta facendo il massimo, ed è certamente cosa vera, ma non si può non sottolineare che i cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo richiedono un salto di qualità a livello organizzativo, che passi attraverso una riflessione su due punti che reputo importanti e che dovrebbero acquisire il giusto spazio all’interno dei processi di riorganizzazione della struttura sindacale. Innanzitutto, la firma dell’ Accordo separato e la disdetta integrale del CIA hanno messo la parola fine ad un certo modello di relazioni industriali ove, oltre alle tutele lavorative stabilite per legge, la Banca ed il Sindacato riuscivano a gestire eventuali problemi operativi in modo virtuoso, determinando un’atmosfera sui luoghi di lavoro positiva e fattiva. La fine di questo modello di relazioni porta con sé l’aumento dei rischi operativi e la crescita esponenziale delle pressioni commerciali: non è certo casuale che questi temi rappresentino i punti di maggiore frizione, insieme al tema delle esternalizzazioni, tra la Dirigenza dell’Istituto ed il Sindacato. Tuttavia, mentre un’organizzazione sindacale, ed in particolare la nostra, possiede per sua natura, finalità e percorso storico il know how necessario ad affrontare la questione esternalizzazioni, per ciò che riguarda lo studio e l’analisi dei processi produttivi scontiamo un certo ritardo, che è necessario ridurre progressivamente. D’altro canto la “crisi dei derivati” ha fatto emergere un altro punto debole delle Organizzazioni Sindacali. Nei giorni in cui MPS era su tutti i giornali e subiva un attacco senza precedenti, ci sarebbe stato bisogno di una risposta chiara e forte sul tema, tale da porre l’attenzione dell’opinione pubblica sul fatto che il problema rappresentato dai derivati non può essere circoscritto a sole condotte di un singolo istituto ma è un problema finanziario e sopratutto politico che riguarda l’intero Sistema. È mancata, in quei giorni convulsi, la possibilità di fare rete con le organizzazioni della Società Civile che da anni si occupano dei temi della finanza speculativa, come anche un livello di relazioni strutturate con quegli esponenti politici -pochi, a dir la verità- che avrebbero potuto rilanciare sul tema della più che mai necessaria riforma della finanza, aiutandoci ad uscire fuori dalla tempesta con autorevolezza ed una nuova missione da portare a termine. Al contrario, chi si è ritrovato in quei giorni al front office si è sentito dire di tutto. E mentre i colleghi venivano lasciati da soli a fronteggiare le reazioni della clientela l’Azienda rilanciava ancora una volta il tema della necessità di contenere i costi, riprendendo un vecchio motto caro a Margaret Thatcher: TINA, There Is No Alternative. Si tratta di una vera e propria gabbia ideologica che ci stanno costruendo intorno per dividere i lavoratori ed introdurre, insieme a nuovi modelli organizzativi, una mentalità nuova basata sulla spinta all’individualizzazione dei rapporti lavorativi e l’orientamento al risultato di breve periodo come unica forma possibile di business sostenibile dal punto di vista della struttura costi/ricavi. Rispetto a questi temi, credo sia necessario avviare una riflessione importante, ed iniziare ad attrezzarci per poter essere maggiormente capaci di dare risposte e di tutelare i Lavoratori, continuando a rappresentare un punto di riferimento per tutti, e non soltanto per i nostri iscritti. Sulle questioni riguardanti i rischi operativi, bisogna fare di più, facendo i conti con il nuovo clima aziendale ed iniziando a costruire dei percorsi di formazione brevi ma efficaci e chiari per i Lavoratori. Bisogna ricominciare a spiegare i rischi del mestiere, costruire ove possibile brevi seminari sui territori che possano fornire una “cassetta degli attrezzi” ai Colleghi e alle RSA su questioni strettamente operative. Le competenze all’interno del nostro Istituto e tra i nostri Colleghi non mancano, e sarebbe opportuno provare, ove possibile, a farci aiutare proprio da chi lavora in ruoli specifici e di alta professionalità nel credito, sui temi della trasparenza e della corretta applicazione della MIFID e così via. Coinvolgere anche al di fuori delle RSA sarebbe importante anche per aumentare senso dell’appartenenza e dare un segnale di apertura quanto mai necessario. Ovviamente, su alcuni territori, le nostre RSA portano avanti già da tempo percorsi di questo tipo. L’obiettivo quindi sarebbe quello innanzitutto di fare emergere queste esperienze e di coordinarle assumendole come una delle priorità della nostra Organizzazione in questa fase, provando a mettere insieme pezzi di competenze per offrire un quadro chiaro dei rischi e della responsabilità di chi svolge il lavoro quotidiano di collocamento prodotti e di gestione del credito. Il risultato potrebbe essere importante sia in termini di feedback da parte degli iscritti, sia di crescita di competenze immediatamente utilizzabili in diversi contesti da parte delle nostre RSA. Ma, come dicevo, questo rappresenta solo una parte di un percorso virtuoso di crescita delle competenze nella nostra struttura, che non può non passare da una consapevolezza diversa del nostro lavoro e di come esso si colloca nell’economia. La vecchia banca che si reggeva sull’equilibrio tra raccolta del risparmio ed erogazione del credito sta scomparendo. Nel piano industriale 2012/2015 la Dirigenza ha assunto come priorità il passaggio ad una banca di consulenza ed intermediazione, che vende prodotti altrui e trae la stragrande maggioranza dei ricavi dai flussi commissionali e dal continuing. È ovvio che questo approccio non deve essere per forza di cose rigettato in toto, poiché all’interno del piano industriale credo vi siano anche alcune buone intuizioni, in particolare su Online e Bancassicurazioni. Tuttavia è il concetto di fondo di polo d’intermediazione che ci deve preoccupare, poiché la trasformazione delle grandi banche anglosassoni in questo senso a partire dagli anni settanta ha determinato parte delle precondizioni essenziali per l’esplosione della bolla dei mutui subprime del 2008. Una banca che intermedia soltanto non si cura sino in fondo né della qualità del credito, né dei prodotti d’investimento che colloca presso la clientela. Di più, questo meccanismo rischia di alimentare il drenaggio del risparmio locale verso prodotti costruiti e pensati all’estero per l’estero, mentre nelle varie realtà di questo paese continua a persistere una stretta creditizia che colpisce selettivamente sopratutto chi ne avrebbe più bisogno, ovvero piccole attività, famiglie, artigiani e giovani. Anche alla luce di ciò che ci è capitato a fine gennaio, dobbiamo assolutamente iniziare ad approfondire questi temi, mettendo in rete le nostre esperienze e le nostre competenze con le realtà più avanzate della Società Civile e con l’obiettivo, assieme, di riuscire a fornire punti di vista alternativi all’opinione pubblica e di fare pressione sulla Politica. Dobbiamo comprendere che non si tratta di temi secondari per un’Organizzazione Sindacale come la nostra, poiché sono intimamente legati all’organizzazione del lavoro presente e futura. Sempre più consulenza implicherà sempre più spinta verso le performance individuali e conseguenti incentivi elargiti in maniera selettiva. Tutto questo mentre, con singole operazioni monstre , può accadere, come è già successo, che gli sforzi di chi in questa Banca ci lavora ogni giorno siano vanificati, e che oltre al danno gli stessi Lavoratori subiscano la beffa di pagare in prima persona per errori altrui. Per questo ritengo che il tema “micro” della nuova organizzazione del lavoro e quello “macro” relativo alle questioni della finanza speculativa e del modello di banca che intendiamo costruire assieme siano fondamentali. Una finanza più etica è necessaria: come dimostra l’ottima esperienza del nostro fondo pensione, che ha oramai assunto da anni la valutazione etica degli investimenti come punto centrale, l’eticità non rappresenta un esercizio di speculazione intellettuale senza risolti pratici. Al contrario, proprio da esperienze di questo tipo, che sono anzi da supportare ed implementare ulteriormente, possiamo e dobbiamo ripartire per crescere ancora sul piano dell’analisi e delle proposte, tenendo ben presente che i prossimi mesi saranno per noi particolarmente difficili. Ma, proprio per questo, credo che sia giusto e necessario iniziare a riflettere seriamente sulla necessità di affiancare al lavoro quotidiano di tutela dei diritti e del lavoro, non dei semplici momenti di riflessione scollegati dal resto ma un percorso complesso di approfondimento che trovi poi necessariamente uno o più sbocchi in termini di rivendicazioni da portare avanti.

Roberto Errico

3 domande sotto la tenda a Fabrizio Potetti

Set 5, 2013   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  2 Commenti
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Ora che anche le caselle della Fondazione Monte dei Paschi sono state scoperte come in un gigantesco memory, emergono inaspettate nuove e vecchie affinità elettive.

Eppure, il gigantesco nodo della cattiva distribuzione dei pesi specifici di potere è lungi dall’essere risolto.Sulla scacchiera del credito entrano talvolta defilati i personaggi non sempre consapevoli che nemmeno le nuove regole del gioco stiano rendendo più semplice e lineare la partita.

Ai nostri lavoratori non resta che arare i campi intorno all’area di gioco: caselle nè bianche nè nere.     Senza colore, con infinita rabbia e dolore di non poter riconoscere nemmeno le mura della loro casa di lavoro.

Una volta l’avremmo definita camera del lavoro, oggi è un oscuro ripostiglio lontano dal tempo e dalle lancette della democrazia  economica che in questi anni abbiamo scandito tutti assieme.

E’ tempo di scelte.

Non avremo più un’altra occasione per vincere questa partita e di far cadere finalmente una ad una tutte le false pedine di questo strano gioco dove proprio noi saremmo invece le vittime predestinate.

Quattro anni or sono i lavoratori di Agile ed Eutelia arrivavano a Siena da tutta Italia per manifestare il loro dramma del lavoro rubato ed indicare con forza e determinazione anche le responsabilità presenti dentro la banca.

A guidare la protesta c’era Fabrizio Potetti coordinatore nazionale della Fiom per il settore  dell’Information and Communication Technology, ed è proprio a lui che oggi ci rivolgiamo per sottoporgli le nostre 3 famigerate domande.

All’interno del tuo bellissimo sito, nel commentare la sentenza uscita a luglio di condanna del Tribunale di Roma che ha riconosciuto colpevoli i vertici aziendali di Agile ex Eutelia, hai esplicitamente detto  – che con questa pronunciamento si sancisce, il principio secondo cui è del tutto illegittima la condotta di chi, giunto al vertice di un’impresa, non opera per il suo sviluppo ma, al contrario, agisce allo scopo di depredarla, distruggendo la sua capacità di produrre valore e finendo, inevitabilmente, per mettere sul lastrico migliaia di dipendenti. Non pensi  che lo svuotamento di unazienda possa  essere a ragione considerato ANCHE un furto ai cittadini, e non solo ai lavoratori?
 
Quando unazienda viene svuotata e ridotta sul lastrico, le conseguenze sia in termini di servizi che di costi (sociali e di mancata concorrenza), li pagano anche i cittadini. Noi vediamo continuamente aziende con prodotti/servizi buoni e in grado di competere sul mercato, indebitate fino al collo e con una situazione patrimoniale drammatica che le porta poi alla vendita (magari allestero con tutto il coro di polemiche ipocrite sullitalianità), alla ristrutturazione o al fallimento. Nello stesso tempo vediamo il patrimonio personale degli azionisti di riferimento crescere in maniera esponenziale. E evidente che c’è una relazione perversa tra le condizioni patrimoniali dellazienda e quelle personali di chi ne è proprietario. Purtroppo questo non viene considerato nella sua gravità nel nostro Paese e le norme di riferimento rispetto a questi comportamenti sono troppo leggere. Noi siamo riusciti ad avere giustizia solo perchéè stata riconosciuta la bancarotta fraudolenta, altrimenti il penale non sarebbe mai scattato ma le conseguenze sui lavoratori e sui servizi ci sarebbero state, esattamente nella stessa dimensione e gravità.
         Nella riammissione dei delegati Fiom in Fiat, a seguito dello straordinario pronunciamento della Corte Costituzionale, mi ha molto colpito il commento dei vertici del lingotto che hanno accompagnato tale decisione con lultimativa richiesta rivolta al legislatore  circa l’immediato varo di una legge che regoli finalmente le forme di rappresentanza sindacale nelle fabbriche. Senza di ciò, hanno aggiunto, essi ritengono sia persino a rischio la stessa permanenza produttiva sul suolo italiano. Non ti pare che tale riconoscimento implicito della valenza economica del ruolo del sindacale abbia  a questo punto, rovesciando il ragionamento, aperto  nuove strade di accesso nella famigerata corporate governance?
Marchionne chiede una legge che copra la strategia che ha intrapreso e che non sta portando risultati positivi al nostro Paese e al nostro sistema industriale. Il problema di Fiat è il prodotto e non le relazioni sindacali. Queste sono una conseguenza della mancanza delle difficoltà aziendale sul mercato. La Fiat chiede di zittire le componenti che criticano queste scelte industriali sbagliate e di legittimare chi le ha sostenute, anche con il silenzio assordante e imbarazzante di tante istituzioni e di buona parte della politica. Evidentemente non può essere una legge condivisa da noi. Anche rispetto ai problemi di fedeltà e alla trasparenza dei bilanci e delle operazioni finanziarie delle proprietà aziendali, di cui parlavamo prima, una legge sulla rappresentanza dovrebbe, secondo me, affrontare il problema della conoscenza e di “controllo” da parte dei lavoratori e delle loro rappresentanze, sulle scelte e sugli investimenti strategici dell’azienda.
        
       Più di un migliaio di nostri lavoratori rischiano di entrare a breve  nella volatile galassia della Information  and Comunication Technology , cosa ti fa venire in mente questo fatto avvenuto a distanza di quattro anni, era appunto il 2 ottobre del 2009, quando con gli operai di Eutelia avete invaso le strade di Siena?
Che in questo momento, come e più di allora, le condizioni del settore sono difficilissime e precarie. Non ci sono investimenti, i diritti ed il salario dei lavoratori diminuiscono e le esternalizzazioni che vengono giustificate con la richiesta di maggiore efficienza sono generalmente solo abbattimento dei costi e riduzione di personale. Penso sia fondamentale valutare attentamente le ragioni di fondo di questa operazione e contrastare scelte che non porterebbero nessun miglioramento ai servizi e alle attività della banca ma che spesso gli amministratori e gli azionisti fanno senza porsi scrupoli degli effetti sulle persone. Anzi spesso queste scelte vengono fatte esclusivamente con un occhio al valore delle azioni a breve e non ai fondamentali della banca, con leffetto che quando chi le ha fatte è andato via ne ha beneficiato ma chi rimane deve, poi affrontare i problemi che hanno generato. Questo dovrebbe far capire a tutti i lavoratori (chi si vede dentro e pensa di essere salvo e chi rischia di essere ceduto allesterno) che la battaglia è una sola e che solo stando tutti uniti si può vincerla, nellinteresse delle prospettive della banca nel suo complesso. Nessuno più dei lavoratori è interessato a questo, chi lamministra tra due anni potrà non esserci ma i lavoratori, invece, ci vogliono stare ancora per tanti anni!

Grazie a Fabrizio di averci ricordato che i lavoratori del Consorzio sono le nostre prime linee.

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