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Archive from luglio, 2012

SIAMO CON VOI

Lug 24, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Nella Banca più antica del mondo si sta combattendo un battaglia decisiva per le sorti economiche sia di questo specifico settore, che per la sostenibilità economica-finanziaria di uno dei maggiori investitori istituzionali del debito pubblico italiano.  Lo sciopero del 27 luglio, indetto dalle organizzazioni sindacali interne della Banca, si è proposto l’obiettivo appunto di respingere l’ipotesi contenuta nel piano industriale, tendente a percorrere pervicacemente il recupero di redditività aziendale attraverso la distruzione di migliaia posti di lavoro, l’introduzione  di nuove forme di precarizzazione e la progressiva abolizione delle minime garanzie normative e contrattuali.
E’ bene sempre ricordare che l’attuale crisi globale nasce proprio nell’estate del 2007 negli Stati Uniti proprio all’interno dell’industria finanziaria  attraverso i cosiddetti mutui subprime ed  il fallimento di Lehman Brothers provocando così una duratura recessione scaturita in una persistente crisi creditizia e un conseguente crollo dei mercati borsistici.
Risultò allora gravemente compromessa la credibilità dell’intero impianto della galassia finanziaria planetaria fino a giungere oggi, non certo casualmente, alle vicende di Barclays, JP Morgan e HSBC.
Colpisce perciò, l’incredibile chiave ideologica usata dal neo Presidente della Banca Monte dei Paschi per descrivere il “meccanismo triangolare“ sindacato-politica-banca responsabile a suo modo di vedere, dell’attuale fase critica della nostra Banca.
E’ davvero sconcertante che il Presidente Profumo non si renda conto del perimetro davvero tragico e drammatico della crisi finanziaria globale  in cui  le sue parole oggettivamente si inseriscono.
Se poi si aggiunge che la sua attuale collocazione non è altro che un evoluzione del suo precedente incarico nell’industria creditizia, risulta evidente la sua responsabilità proprio per la “finanziarizzazione” da lui stesso evocata,  che ha il preciso scopo di colpire un´organizzazione come quella del Monte, nella quale ogni parte è legata alle altre e il cui funzionamento tocca gli interessi di molti gruppi, dai dipendenti ai fornitori e alle comunità locali, oltre a quelli degli azionisti.
La “finanziarizzazione” per il nuovo management della Banca si pone proprio l’obiettivo di respingere i lavoratori dentro un ambito subordinato e passivo  allo scopo di favorire l’ingresso di soggetti dedicati ovvero i Fondi Private Equity (in fuga dai territori anglosassoni ormai impraticabili),  con il sotteso scopo di affermare logiche industriali analoghe a quelle che si stanno sperimentando in Fiat, i cui esiti sono sotto gli occhi di tutti.
Per questo insieme di ragioni la lotta dei lavoratori del Monte assume il significato di un superamento dalla ‘class unconsciousness’ alla coscienza di classe in cui sembrano precipitati  tutti i 325.000 bancari con i paventati 28.000 esuberi.
Le campagne di stampa del nostro Paese hanno finora colpito la casta politica ma non hanno finora “scoperto”  quella che Charles Wright Mills definì l’elitè del potere  ovvero i cosiddetti individui “ad alto o altissimo valore netto” di cui fa parte a pieno titolo anche il nuovo management della Banca che costituisce l’altro anello di congiunzione tra denaro, banche, corporations, politica e mass media.

Hanno finora aderito tra gli altri:

 
Fabrizio Potetti  – coordinatore nazionale Fiom-Cgil per il settore della Information and communication technology
Canio Calitri – Segretario generale della Fiom del Lazio
Luciano Tafani – ex lavoratore Eutelia
Marina Raffaelli – ex Lavoratrice Eutelia
Alessandra Carnicella – RSU FIOM CGIL Agile ex-Eutelia 
Domenico Moccia – Coordinatore dell’area “La Cgil che vogliamo” per il settore credito.
 
Chi vuole aderire a questo manifesto-appello può inviare una mail al seguente indirizzo bottoniwalter@gmail.com

Tre domande sotto la tenda a Nicoletta Rocchi

Lug 18, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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E’ difficile comprendere come mai si siano spesi fiumi di parole  per la riforma del lavoro e poche e scarne righe per il provvedimento che cancella l’autority dedicata al controllo ed allo sviluppo della previdenza integrativa. Sembra quasi che la svalorizzazione del lavoro riguardi anche i suoi frutti, ovverosia il risparmio previdenziale di milioni di lavoratori italiani.. 

Eppure, i quasi 80 miliardi di euro della previdenza complementare potrebbero invece  costituire un driver formidabile per il rilancio del nostro Paese, anche se poi, come in questo caso di scuola,  quasi nessuno osa aprire questo decisivo capitolo, preferendo invece  lasciar scivolare il provvedimento in questione  dentro una delle tante manovre di contenimento della spesa pubblica.
Per questo ci siamo decisi ad invitare, in questo torrido luglio, dentro la  nostra tenda la già segretaria  generale della Fisac e Segretaria Confederale fino al 2010 ed attualmente  componente del direttivo nazionale della CGIL Nicoletta Rocchi per aprire un dibattito vero ad ampio raggio  su questo argomento inopportunamente dimenticato.

Comincio Nicoletta col chiederti se a proposito si “s-concertazione”  la fusione di Covip e Isvap  in un organismo di nuova istituzione, l’Ivarp appunto, quale effetto collaterale della “Spending Review”  coglie, a tuo avviso,  l’obiettivo di omogeneizzare il risparmio previdenziale a quello strettamente finanziario assicurativo.  Per questo ti chiedo come mai a tuo parere  tale progetto, prende forma oggi , visto e considerato che l’organo di vigilanza dei fondi pensione, anche in sede di relazione annuale ha confermato la sua piena sostenibilità di finanziamento interno e inoltre  lo stesso Presidente del Consiglio attuale è lo stesso che nell’aprile del 2003 si oppose ad un analogo tentativo,  come commissario europeo al ministro  Mazzella del governo Berlusconi?  
Non è la prima volta che, nella continua ricerca di modi per ridurre la spesa pubblica e di razionalizzare la macchina amministrativa –  peraltro fino ad ora senza molto successo – la Covip ha rischiato di cadere sotto la scure irrazionale dei tagli lineari. Che, in verità, molto lineari non sono. Anzi, è in queste circostanze che non si riesce a togliersi di dosso la fastidiosa sensazione di subire il gioco pesante delle lobbies del potere economico e finanziario. Un potere un po’ scalcinato, nel nostro periferico Paese, ma sempre in grado di tirare fuori le unghie quando si tratta di difendere i propri interessi. Ed, a proposito di corporazioni, di questo si dovrebbe parlare anziché accusare il sindacato di tardo e superato novecentismo. Ma, per non divagare, torno al quesito principale. E dico che, anche io, quando, anni fa, si  tentò , per la prima volta, di sopprimere la Covip, ero tra coloro che non si stracciavano le vesti. Pensavo infatti che la previdenza complementare potesse essere sottoposta al controllo delle altre Autorità competenti, senza bisogno di uno specifico punto di osservazione e controllo. Sbagliavo. Per due ordini di ragioni. Una intrinseca, ben sottolineata nella lettera recentemente scritta dall’Assofondipensione (l’associazione dei fondi pensione negoziali) ai presidenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato: non si può mescolare sotto la responsabilità di un unico soggetto competente, la vigilanza su controllori e controllati. Non si può, cioè, sottoporre alla vigilanza di una stessa autorità la libera concorrenza di forme previdenziali complementari individuali e collettive e i soggetti che ne sono i promotori, assoggettati a Isvap, Consob e Banca d’Italia. Aggiungo che la mia diffidenza è cresciuta con gli anni. Ad aprirmi gli occhi è stato quello che è accaduto, a partire dalla gravissima crisi finanziaria globale iniziata nel 2008, prodotta da una concezione iper-liberista che ha allentato tutti i controlli e ha determinato, ovunque nel mondo, la commistione inestricabile tra la gestione del risparmio altrui e l’attività in proprio da parte dei grandi istituti bancari e finanziari. La ricerca sempre più spasmodica e amorale di alti profitti, i conflitti di interesse, accentuati da forme di remunerazione delle alte dirigenze, legate al raggiungimento di obiettivi a breve termine, ha causato la crescita anomala e malata delle attività finanziarie, soprattutto quelle over the counter, che ammontano oggi a più di quindici volte il prodotto lordo del mondo. Ma, devo dire che a farmi cambiare idea è stata anche la crescente consapevolezza che nel nostro paese – e non esclusivamente a causa del liberismo imperante – sia assente la concezione di  un corretto funzionamento delle autorità di controllo. Perchè, malgrado sia – ancora – il secondo Paese manifatturiero dell’eurozona dopo la Germania, manca all’Italia la cultura di una corretta e trasparente competizione economica. Accanto a un certo numero di medie imprese industriali che, da sole, lottano con successo sui mercati internazionali e costituiscono il motore del nostro export, esiste un sistema di potere relazionale opaco e obsoleto, fatto di salotti buoni sempre più sdruciti, gerontocratici e statici in cui si pensa e si pratica una modalità di gestione dell’attività economica fatta di accordi sottobanco, di incroci societari, di  rapporti incestuosi, di governance che sacrifica la forza patrimoniale delle imprese all’assicurazione del loro controllo. Sempre “tra di loro”, sempre alla ricerca di padrinaggi politici, sempre in grado di condizionare il potere politico. Per questo l’idea di strutture tecnocratiche in grado di operare  controlli efficaci è da noi latitante. Per questo le nomine sono fatte in modo da non premiare la professionalità ma la fedeltà. Per questo le autorità di controllo, probabilmente con l’eccezione della più antica e strutturata, cioè la Banca d’Italia, sono così deboli e inconsistenti. Per questo è la magistratura, di tanto in tanto, a scoprire qualche altarino. Sono tutte queste le ragioni che mi portano a pensare che occorra tenere separata la vigilanza sul risparmio previdenziale dei lavoratori da ogni commistione con le altre forme di vigilanza.
Il ruolo preponderante di Bankit nel neonato organismo Ivarp non disvela a tuo parere un semi nascosto conflitto d’interesse non fosse altro per l’interconnessione nel capitale societario di Banca d’Italia dentro l’industria creditizia e finanziaria del nostro Paese? E se  questo risponde al vero, il tutto non assume la forma di una  strisciante  nazionalizzazione della previdenza di secondo pilastro?
 
Non ci avevo pensato e mi ci ha fatto riflettere la tua domanda. Se è vero che la Banca d’Italia è partecipata dalle banche italiane, questione peraltro sollevata frequentemente, e le banche italiane, insieme alle assicurazioni, sono tra i soggetti che  gestiscono la previdenza complementare, può esserci l’ombra del conflitto di interesse. C’è da dire, per la verità, che la partecipazione delle banche al capitale della Bit è di tipo silente, nel senso che non interferisce sulla sua attività. Quest’ultima, dopo la nascita dell’euro e la costituzione della BCE, si estrinseca essenzialmente nell’attività di vigilanza sulle banche italiane, almeno fino a quando, l’unione bancaria che sembrerebbe essere stata decisa all’ultimo summit dei capi di stato e di governo dell’Unione Europea, non sarà interamente realizzata, spostando la vigilanza stessa a livello continentale. Siamo in una specie di cantiere aperto, da cui dipenderanno le sorti non solo dell’euro ma della stessa Unione Europea. La situazione, come è noto non è delle più brillanti, a causa dei dissidi crescenti tra i paesi cosiddetti core, del centro e nord Europa e i paesi cosiddetti periferici del sud. La linea della “austerità per la crescita” imposta dalla Germania è giudicata abbastanza comunemente un non senso, specie in periodi di bassa crescita come l’attuale e rischia di catturare nella trappola del debito paesi come il nostro. Con un alto debito pubblico e una capacità competitiva, debole di per sé, ulteriormente peggiorata dagli squilibri  monetari  dell’eurozona determinati dall’allargamento dello spread nella remunerazione dei titoli pubblici dei diversi paesi e dal ruolo svolto dalle banche che, anziché dare credito all’economia reale, sono costrette ad acquistare il debito italiano da cui sono in fuga gli investitori stranieri, la realizzazione di un equilibrio di bilancio rispetto al PIL diventa una chimera. E tuttavia, la “austerità per la crescita” è stata declinata, nella politica del governo Monti, nei “compiti a casa”, cioè in quelle cosiddette riforme di struttura che hanno toccato pesantemente il sistema pensionistico e il mercato del lavoro. La combinazione di tali cosiddette riforme rende difficilmente gestibile la ristrutturazione del nostro sistema produttivo e, soprattutto, allontana sempre di più i giovani da un lavoro stabile e ben remunerato. La riforma previdenziale soprattutto, allungando la vita lavorativa produrrà, a mio avviso, l’unico risultato di “privatizzare” gli anni che si sono aggiunti per acquisire il diritto alla pensione. Il sistema Fornero è troppo rigido e c’è da scommettere che, in un momento non lontano, saranno le imprese che vogliono disfarsi dei lavoratori più anziani a chiedere al sindacato di creare delle forme mutualistiche di sostegno al reddito per quelli che non possono andare in pensione ma non “servono più, con costi contrattuali aggiuntivi che ridurranno ulteriormente i già esigui margini di crescita delle retribuzioni. Ove non si pensi di andare a toccare i fondi previdenziali. Penso quindi che il tuo dubbio circa una nazionalizzazione strisciante della previdenza complementare non sia campato in aria. Qui non stiamo parlando della crescita dimensionale dei fondi pensione che, più grandi sono più economie di scala e convenienze economiche possono produrre. Stiamo parlando di tutt’altro. Di qualcosa molto diverso e inquietante.
Come mai a tuo giudizio vengono lasciati fuori le casse privatizzate  viste le problematiche di sostenibilità finanziarie evidenziate ed i conseguenti pericoli per la pubblica finanza? Le corporazioni  sono  messe in sicurezza  mentre la “s-concertazione” a cui facevo riferimento all’inizio viene sciolta e con esso il ruolo della classe lavoratrice, toccando a mio parere organismi, nati dentro un ben preciso quadro costituzionale che non perseguendo fini di lucro non posso essere assimilati ad una qualsivoglia impresa commerciale.
 
Alla terza domanda penso di avere già risposto in parte. Perché si demonizza la concertazione e invece si lasciano intonsi gli interessi delle vere corporazioni? La risposta che resta è fin troppo facile. Perché questo governo “dei tecnici” ha una chiara connotazione di classe. Si. Di classe. A leggere i giornali italiani, sembra che quelli ideologici siamo noi. Al contrario penso che lo siamo troppo poco. Non si vive senza un’ideologia. Un nucleo di valori che illumina le scelte delle politica e determina la netta distinzione tra destra e sinistra. Soprattutto non è vero che gli “altri” non ne abbiano. Il Washington Consensus che ha informato di sé gli ultimi trenta anni di vita dell’intera umanità, è una ideologia allo stato puro. Una ideologia peraltro fallimentare, non solo perché ha ingigantito le disuguaglianze tra i paesi e soprattutto all’interno dei paesi, ma perché ha determinato la più gigantesca distruzione di ricchezza dalla Grande depressione degli anni ’30 del ventesimo secolo. Ora pare si sia tornati al “business as usual”. Nulla è cambiato. Le isole del tesoro, i paradisi fiscali continuano a prosperare, della nuova Bretton Woods si è persa ogni traccia, delle nuove regole globali neppure l’ombra. E qui da noi, al centro dell’attenzione riformatrice ancora una volta il lavoro, i suoi diritti, la sua quota nella distribuzione del reddito nazionale.  Come se gli investitori stranieri non venissero in Italia per timore dell’articolo 18 o del supposto potere di interdizione del sindacato. Come se a tenerli lontani non fossero invece la dimensione esorbitante dell’illegalità e dell’economia sommersa, la carenza di un moderno sistema di infrastrutture materiali e immateriali, la totale assenza di una classe dirigente degna di questo nome e all’altezza delle sue responsabilità. Questa è la casta che andrebbe smantellata per liberare l’economia e non il sindacato, già di per sé, in deficit di ruolo, idee e partecipazione democratica. Se, si cerca un esempio di questa afasia, la si può trovare anche in quello di cui stiamo parlando. Possibile che la previdenza complementare, di cui sarebbe invece necessario il rilancio, interessi così poco? Che i temi dell’efficacia, dell’efficienza, della trasparenza di questa branca di attività fondamentale per democratizzare l’economia abbiano tanto scarso rilievo? Sono domande che restano in urgente attesa di risposta. Dal sindacato ma anche e soprattutto dalla sinistra politica che, in Parlamento, sostiene il governo Monti.

E’ la prima volta che posto su un treno, per fortuna si chiama FrecciaROSSA!

Grazie Nicoletta

Le voci di dentro

Lug 10, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Responsabilità sociale d’impresa non è un cimento solo per manager e banchieri che dir si voglia ma deve essere sempre e comunque un traguardo/obiettivo di tutti, sindacati e lavoratori compresi. Quando in particolare si attraversa un periodo drammatico come questo chiunque ha la dovere di dilatare la comunicazione e lo sguardo. Il volantino sindacale che all’apparenza può sembrare un arcaico mezzo di comunicazione è invece uno straordinario strumento che non solo attraversa il tempo ma continua ad esercitare una funzione di emancipazione   culturale che vive e si rigenera proprio dentro  le nostre mura aziendali. Di tutt’altro tenore sono  le parole che spesso vengono usate dal management interno – via mail, che paiono ricordare vagamente quelle dei minacciosi altoparlanti di “fahrenheit 451“.
Ad esempio le Rsa  di Viterbo del Monte della Fisac Cgil e della Uilca hanno pubblicato un comunicato di straordinaria intelligenza che ben testimonia il fermento che vive e cresce intorno a noi ed alle nostre scrivanie

ANDREA CAMILLERI SCRIVE A PROFUMO E VIOLA

“Dopo Montalbano, anche Mimì, Fazio e Catarella?”
Proprio aieri a sira, un “montepaschino”, uno di chiddi che travagliano al Monte dei Paschi di Siena mi tilefonò e mi cuntò di quello che sta succedenno in quella banca. Lì per lì ristai imparpagliato da tutto quello che ascutai.
Addirittura disse che macari la Banca di Siena adessu avi un Montalbano che dovribbi cummannari qualichi cosa che si chiama con un titolo nglisi di chiddi fatti apposta pe’ non fari capiri di cosa sia responsabili ma bastevoli a intimorire chiunque volesse dubbitare della congruità del compenso. Sghirzanno ma non troppo mi disse puro che oltre a Montalbano forse ci havino ntinzioni di assumere a Mimì, a Fazio, a Gallo, a Galluzzo e a Catarella mentre a controllari che tutti facciano il loro doviri ci misero na picciotta di Ski.
E allura mi sono documentato, passanno la notti liggenno le dichiarazioni, le interviste, co’ na picca d’interessi e tanta prioccupazioni. Alla fine della nuttata, mi venne di scrivere chista littra.
Gentilissimi dott. Profumo e dott. Viola,
Io m’addimanno: “Quali fine farà chisto Monte dei Paschi?”. L’istisso, m’arrisulta, s’addimannano i clienti e l’addimannano agli impiegati.
M’arrisulta puro che gli impiegati, ai clienti ci dicono di non preoccuparsi, che i soldi che si sparagnarono stanno al sicuro, che chisto Monte s’arricamperà dalla timpesta in cui s’attrova e riprincipierà a essiri na granni banca pi’ tutta la nazione.
È cosa cognita che il Monte dei Paschi ha fatto un sacco di bene a tutta l’Italia, certamenti da qualichi parti chiossà che altrovi, però è vero puro che si chiama Monte dei Paschi DI SIENA: mica di Fiacca o di Montelusa?
Che ci rimane di chista banca se addiventa na specie di spizzatino, comu pari che sarà doppo che avriti vinnuto tutto chillo che aviti ntinzioni di vìnnire? Che ne sarà degli impiegati e, soprattutto, delle loro famiglie? Mentri che ci pinzavo me susì na dimanna dalla panza. Sì, dalla panza, pirchì le viscere certe cose le capiscono meglio del ciriveddru.
E chista è la dimanna che faccio a vuiautri: Cosa arrischiate voi se la Banca ca vi chiamarono a dirigere addivenna l’ummira di chillo che è stato fino a oggi? Arrischiate forse di non pagari cchiù le bollitte, il mutuo, la scola ai picciliddri? Arrischiate forze di non aviri la pensione pi’ campari dignitosamente e non doviri tuppiare alla porta di qualichi parrino per mangiari? La risposta è NO: voi nun arrischiate nenti.

Voi m’arrisponnete facilmente che è grazie alle vostra spirtezza che avete accumulato fino a oggi patrimoni cospicui e compensi che un poviro viddrano manco sa comu si scrivono. Però, visto e considerato che dite di tenericci tanto a chista banca, che vi sentite legati al suo distino vi fazzo chista proposta: Pirchì non arrischiate pure voi autri come le migliaia di quelli che ci travagliano da anni? Pirchì non arrischiate pure voi il futuro, il necessario di una vita dignitosa per voi stessi e per le vostre famiglie e per una vicchiaia senza la prioccupazioni della sussistenza?
La me panza mi dice: “Troppu facile addecidere di staccare pezzi di chista varca, con tutti chilli che ci stanno sopra, in mezzo all’oceano della crisi e vìnniri al chiù furbo della compagnia chiddu ca resta”.
Troppu facile se supra a chista varca c’è chi avi il gommone di riserva pi lassarla quanno oramà è troppu tardi e filarsela sul tre alberi ammucciato narrè la scogliera dove avi portato a naufragare varca e equipaggio”. Pirciò vi dico: “Arrischiate puro voiautri e dimostrate coi fatti la DISCONTINUITA’ che dite di volere a parole”. Ci sarebbero tante manere pi dare chista dimostrazione di coraggio e fiducia, ad esempio rigalanno in beneficenza tutti i vostri patrimoni accumulati fino a oggi opuro congelarli in uno di chiddi cosi ca vi piaciono assai: un trust, comu lo chiama chiddi ca n’accapisciono di alta finanza. Ci mettete dintra tutto chillo c’avite e col patto di poterli ripigliare sulamente si ncapu a deci anni la banca ch’addiriggete si sarà riguadagnata il posto che aveva.
Pigliatevi pure voi il rischio, il tremulizzo di non sapiri si potrete mantinere l’agi vostri e delle vostre famiglie e pi’ deci anni accuntintatevi dello stipendio di un funzionario, spese di rappresentanza e trasferte escluse, ovviamenti.
Mi sono fatto pricisa convinzione che sulo facenno accussì potreste giudicare correttamente le vostre decisioni e tutte le loro conseguenze e non sulamente le tabelle, i nummari e le offerte di qualichi grosso finanziere. Io sono certo che di chista manera la banca che addiriggete ce la farebbe a tornare a guadagnare bastevolmente per accontintare ai soi attuali e futuri proprietari, senza aritifizi contabili. Vorrìa tanto farvi capacitare che sulamente facenno credito a chi se lo merita e piglianno i soldi senza promisse tradimentose si poti restare nella storia dell’Italia. Nzomma na vera rivoluzioni profittevole per tutti. Io nun saccio comu vi sentite vuiautri ma i “montepaschini” si sentono, in chisto periodo, come uno che sta sull’orlo di uno sbalanco e avi na folla ca spigne alle sò spalle: chisto certamenti non fa beni a loro e manco alla banca. Ci farebbe inveci un sacco di beni se pure voi due, con tutti i “manager” vi pigliaste seriamente il rischio del futuro. Infine v’addimanno un favori: Montalbano come sbirru nun avi pari… però come banchiere io non ci metto la mano sul foco, perciò non ve la pigliate con me.
Viterbo 10 luglio 2012

Tre domande sotto la tenda ad Antonio Damiani

Lug 1, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  1 Commento
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“Piano Industriale” è un termine in oggi in voga, forse  per affermare che le classi dirigenti di questo Paese in crisi  immaginano  una ricostruzione piatta, senza alcuna capacità di volare, ignara di essere seduta su incredibili tunnel, scavati dalla tante generazioni precedenti, dove vivono e corrono da sempre “i neutrini della finanza”
Ora che il nostro blog ha superato i 10.000 contatti, con punte anche di 550 click giornalieri, è arrivato finalmente il momento di aprire tutta l’energia di cui siamo capaci. I nostri avversari ora hanno un volto ed un programma,  una volta venivano definiti da Fortebraccio “lor signori” ma oggi più di ieri, sembrano essere privi in egual misura di etica e memoria, posseggono solo una smisurata supponenza ed arroganza. 
Per combattere in difesa dei nostri diritti non abbiamo altra scelta che ritrovare tutti i fili dei nuovi dialoghi che si stanno riaprendo nei luoghi di lavoro.
 E’ ora di tessere nuove tele, di alzare nuove tende.  
Apriamo pertanto una nuova rubrica:  – 3 domande sotto la tenda.
Oggi  Previtenda incontra  Antonio Damiani, Segretario generale della Fisac Cgil del Gruppo Mps alla vigilia di uno dei momenti più duri e drammatici della storia di questa Azienda.
 
A noi di  Previtenda hanno molto colpito  nellultimo comunicato sindacale unitario alcuni  termini come arroganza infinita, segnali di disprezzo nei confronti dei lavoratori che paiono uscire dalla usuale sintassi sindacale per andare a denunciare una piega personalistica che  sembra assumere lintera vicenda. Secondo te Antonio perché  questa presunta discontinuità industriale viene declinata oggi con questo astio e questa supponenza contro i nostri lavoratori?
Come sai da alcuni mesi stiamo affrontando una vertenza sindacale con una controparte che ha fatto della delegittimazione del sindacato una delle sue priorità. Ora appare in tutta la sua evidenza come questo atteggiamento preparasse un micidiale attacco al salario e ai diritti dei lavoratori. Viene presentato un Piano d’Impresa  che non contiene nessuna idea a livello di progetto industriale e che come unica linea guida ha quella del taglio dei costi del personale e dell’eliminazione di qualsiasi contrappeso normativo e negoziale. Ci troviamo di fronte ad una drammatizzazione nella quale  l’azienda rinuncia a priori al confronto e ad ascoltare le ragioni e le idee dei lavoratori. E in questa situazione, nella quale si vorrebbero far pagare ai lavoratori costi altissimi, non si rinuncia neanche ad una serie di assunzioni di cosiddetti top manager ai quali si garantiscono retribuzioni di centinaia di migliaia di euro. Nel momento nel quale si decide di far pagare ai neoassunti un prezzo altissimo, eliminando le integrazioni economiche previste dal Cia, si confermano retribuzioni di vertice inaccettabilmente alte. A causa di ciò il rapporto fra lo stipendio di un impiegato neo assunto e quello dei top manager più elevati è di 1 a 100. Questo rapporto èsocialmente ed eticamente non sostenibile. In questo momento l’Azienda si sta allineando alle peggiori pratiche del settore industriale. Il CdA ha persino deliberato la disdetta formale del Contratto Integrativo, anche se in un primo momento hanno cercato di farla passare per una opzione fra le altre. La disdetta integrale del Cia rende ancora più evidente l’intendimento di cancellare decenni di contrattazione. Si vorrebbero cancellare decine di norme, che riguardano tutti gli aspetti della vita lavorativa, la maggior parte delle quali non hanno un risvolto di costi, ma hanno l’intollerabile difetto di impedire una gestione totalmente discrezionale, da parte dell’Azienda, del rapporto di lavoro. E’ questa l’arroganza infinita, la prepotenza di chi pensa di approfittare di una situazione di difficoltà per umiliare il lavoro e, nello stesso tempo, per mascherare l’assoluta mancanza di idee. E’ in corso il tentativo di azzerare la nostra storia, la nostra professionalità, la nostra passione. Una sorta di Delenda Carthago.
Prima di ora noi non avevamo mai sentito parlare di outsorcing socialmente sostenibile e quindi ti chiedo come giudichi che da questo odioso processo di espulsione di migliaia di lavoratori del back-office possa nascere, (cito la 37 slide di  presentazione del P.I.) un rafforzamento welfare sulla direttrice persona famiglia – sembra mancare solo il copyright Margaret Thatcher.
Si tratta del tentativo di minimizzare un provvedimento che al contrario èassolutamente insostenibile ed inaccettabile. L’Azienda fa della minimizzazione e della divisione, assolutamente esemplare da questo punto di vista la decisione di non pagare il Vap ai lavoratori della Capogruppo, la sua unica strategia. Il tentativo di ingenerare confusione e  paura prendono il posto della ricerca della condivisione che, si sa, ha bisogno dell’autorevolezza per essere ispirata. L’ esternalizzazione, pratica che tra l’altro ha una storia antica nel settore  e che è stata sempre utilizzata a prescindere dalle condizioni delle aziende, viene soltanto indicata, senza dare nessun tipo di dettaglio. È inaccettabile perchéscarica su un limitato, anche se numeroso, gruppo di lavoratori le conseguenze più rilevanti. Noi questo non l’accetteremo mai, perché come abbiamo scritto in un comunicato, la Banca siamo noi, siamo tutti noi. E questo vale per tutte le aziende del Gruppo, che cercheremo fino in fondo di tutelare. Il fatto di non aver potuto esercitare il nostro ruolo nel caso della cessione di Biver Banca, nella quale la Banca Mps non ha dato neppure le informazioni contrattualmente previste, è per noi un motivo di sofferenza. E, consentimelo, di disonore, per l’Azienda.
         
La Banca Mps come sai è stata confermata nel Dow Jones Sustainability Index lo scorso 9 settembre 2011 come pensi possa recuperare sotto laspetto reputazionale distruggendo le relazioni sindacali dentro il Gruppo. Ti ricordo che i Fondi Pensione interni sempre nel corso del 2011 hanno ricevuto da Eurosif il riconoscimento di best practice in social responsability e tuttora hanno in portafoglio strumenti di debito e di capitale della Banca  Mps per diverse decine di milioni.
         
Questo penso sia un tema molto delicato. Sicuramente in tema di responsabilità sociale e di sostenibilità non si possono fare sconti. La nostra speranza e di riuscire a riannodare il dialogo perché i lavoratori possano avere un ruolo attivo nel rilancio della Banca. A noi le idee non mancano ed i progetti pure. Ed hanno sempre a che vedere con la solidarietà e con  l’eticità, valori da applicare sia nei rapporti con la clientela che in quelli con i dipendenti. Se la Banca dovesse continuare sulla strada che ha intrapreso, di taglio indiscriminato dei salari e dei diritti, della messa in discussione dei posti di lavoro, dell’erogazione di retribuzioni scandalosamente alte ai top manager, la sua reputazione non potrà che peggiorare e dovrà anche essere valutata da chi ha interesse che nel suo portafoglio non ci siano titoli di aziende che non rispettano i principi della sostenibilitàsociale.

 Grazie ad Antonio.