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Archive from aprile, 2012

San Bernardino da Siena e Santa Caterina – chi votereste Presidente e chi Amministratore Delegato

Apr 26, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Monte di Pietà 

(1472-2012…..540 anni dopo)

Il Monte di Pietà è una istituzione finanziaria senza scopo di lucro nata verso la fine del XV secolo in Italia su iniziativa di alcuni frati Francescani, per erogare prestiti di limitata entità (microcredito) a condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato in cambio di un pegno. I clienti dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più di quanto volevano fosse concesso in prestito. La durata del prestito era, di solito, di circa un anno. Trascorso il periodo del prestito se la somma non era restituita, il pegno veniva venduto all’asta.

La funzione del Monte di Pietà era quella di finanziare persone in difficoltà fornendo loro la necessaria liquidità. A tal fine per il loro funzionamento i beneficiari fornivano in garanzia del prestito beni di valore che si vedevano restituito quando ripianavano il debito. Per questa loro caratteristica si rivolgevano alle popolazioni delle città, dove tanti vivevano in condizioni di pura sussistenza. I contadini, infatti, di norma non avevano nulla da impegnare se non semenze ed utensili da lavoro.

Indice

 

Storia

Precursori

Il Monte di Pietà di Messina

Da un punto di vista storico, i Monti di Pietà possono essere inquadrati nella tradizione delle fondazioni religiose nel Medioevo che, attraverso gli ordini militari (in primo luogo i Templari), non aveva soltanto sperimentato la combinazione inedita di esercizio della fede e di azioni civili e militari, ma avevano avviato la prima attività bancaria dell’Occidente.
I Cavalieri templari, quelli Teutonici e diversi altri ordini infatti non avevano solo combattuto tenacemente contro i musulmani ma anche fornito servizi finanziari efficienti e capillari, inizialmente rivolti ai pellegrini in viaggio verso la Terrasanta e poi estesi a tutta l’Europa, erogando crediti ed impiegando il plusvalore delle loro attività economiche per finanziare gli avamposti combattenti e per il soccorso agli indigenti. Sotto l’aspetto economico-finanziario, i Templari costituirono una estesa rete finanziaria e, grazie anche ai privilegi concessi dal papa, arrivarono a rivestire un ruolo di tale importanza da “prestare” agli stati occidentali ingenti somme di denaro e gestire perfino “le casse” di Stati come la Francia.
Nonostante fossero animati da nobili intenti e facessero un uso oculato delle ingenti ricchezze accumulate, senza perseguire scopi personali, questi ordini monastico-cavallereschi erano comunque divenuti troppo potenti ed erano malvisti da alcuni, anche per il problema morale posto dalla richiesta di pagamento del servizio. Forse anche per questo quasi nessun operatore cristiano li aveva sostituiti, lasciando campo aperto ai banchieri ebrei e a tanti usurai che non si ponevano problemi al riguardo.
Quasi come reazione alla ricchezza degli ordini cavallereschi, tra il XII e il XIII secolo nacquero e si diffusero una serie di Ordini mendicanti, il cui voto di povertà non era solo individuale (come per i Templari), ma valeva anche per i conventi, richiedendo che quanto necessario per la sussistenza fosse frutto o del lavoro dei confratelli o delle elemosine. Questi nuovi ordini ben presto si posero il problema dei servizi di credito, sia per ampliare le possibilità di soccorso dei poveri, sia come alternativa ai prestiti ad interesse dei banchieri ebrei. Per rispondere a queste istanze, i Francescani Minori Osservanti, prendendo spunto dagli stessi banchi ebraici e con l’intento di soppiantarli, avviarono attività creditizie operanti con fini solidaristici e soprattutto senza scopo di lucro: i Monti di Pietà.

Le prime istituzioni paragonabili ai Monti di Pietà (Castiglia 1431) [modifica]

Il più antico documento che testimoni la nascita di un prestito a pegno ufficializzato dalla approvazione delle autorità ecclesiastiche è la richiesta, fatta il 15 settembre 1431 dal re di Castiglia, Giovanni II (morto nel 1454) e da Don Pedro Fernandez Velasco conte di Haro a papa Eugenio IV, di approvare l’istituzione delle “Arcas de Misericordia” o “Arcas de Limosnas”.
Queste associazioni raccoglievano (in specie di arche) il denaro o cereali che servivano poi come credito da dare a chi si trovava in necessità e che avrebbe poi restituito entro un anno. L’amministrazione era affidata ai rettori delle chiese sotto la direzione dei francescani. Era un modo per combattere il problema dell’usura diffuso in quella regione della Penisola iberica. La bolla di approvazione fu emanata il 22 settembre 1431.

La nascita dei Monti di Pietà nell’Italia del Quattrocento

Il Monte di Pietà di Milano

Forse ispirandosi alle Arcas castigliane, gli inventori e diffusori dei Monti di Pietà furono i frati degli Ordini mendicanti, in particolare i Frati minori Osservanti. Tra questi emergono dapprima il beato Michele Carcano da Milano (morto nel 1484), fondatore nel 1462 del Monte di Perugia, e successivamente il beato Bernardino da Feltre (al secolo Martino Tomitano, morto nel 1494), che fondò i Monti di Mantova nel 1484, di Padova nel 1491, di Crema e Pavia nel 1493, di Montagnana e Monselice nel 1494.
Il più antico dei Monti di Pietà in Italia è quello di Ascoli Piceno fondato il 15 gennaio 1458.[1]
Un altro Monte di Pietà viene creato a Perugia nel 1462, dopo il ciclo di predicazione quaresimale di Michele Carcano. Il 13 aprile venne riunito a questo scopo il consiglio cittadino: si approvò il progetto e si decise di stanziare 3.000 fiorini. Un aspetto paradossale (dal momento che fino ad allora il prestito a pegno era esercitato dagli Ebrei) era che si decise di prendere 2.000 di questi fiorini proprio dagli ebrei. Nella predicazione di Michele Carcano questa banca con scopi caritatevoli doveva operare a favore della massa dei più bisognosi e poveri.[2]
Nel 1463 fu fondato il Monte di Pietà a Orvieto, nel 1471 a Viterbo, nel 1472 a Siena, nel 1473 a Bologna, nel 1479 a Savona, nel 1483 a Milano, nel 1484 a Mantova, Assisi, Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza, nel 1510 a Forlì, e ad Imola per impulso di Orfeo Cancellieri e ben presto altri ne seguirono negli anni successivi.
A Velletri risulta che già prima del 1477 si costitui il primo Monte di Pietà non sponsorizzato dai francescani e uno dei primi dell’Italia centrale.[senza fonte]
A Firenze, nel 1493 Piero II de’ Medici aveva vietato a Michele Carcano di predicare in città dopo le violenze ai danni degli Ebrei che erano seguite alle sue prediche. Ma Michele, figura molto popolare, sarebbe tornato in seguito a predicare anche a Firenze, perché Piero dovette ritirare la proibizione per non inimicarsi la popolazione. A Firenze il Monte comincerà ad esistere nel 1497, dopo la cacciata dei Medici, con l’appoggio diretto di Savonarola.
A Verona si stabilirà addirittura una struttura a tre livelli: un “monte piccolo” che prestava senza interesse piccole somme, un “monte mezzano” che prestava sempre senza interesse somme fino a 3 lire, e un “monte grande” che prestava somme ingenti al 6% di interesse. Il sistema dei piccoli banchi di pegno gestiti dagli Ebrei venne rapidamente sgretolato dalla nuova istituzione.
Questi Monti operavano, quindi, nelle aree urbane ed in questo erano complementari ai Monti Frumentari che invece avrebbero operato nelle aree rurali a partire dal XVII secolo. Con la loro opera tutti questi Monti si proponevano di dare accesso al credito anche ai poveri con un tasso di interesse relativamente contenuto. Tutte queste iniziative, inoltre, elargendo i loro prestiti caso per caso in funzione delle effettive necessità (microcredito), possono essere visti come i primi finanziatori del credito al consumo o anche come delle banche dei poveri ante litteram.

Sviluppi

Chiesa di San Vincenzo e loggia del Palazzo del Monte di Pietà a Vicenza in Piazza dei Signori, fondato nell’anno 1486 per iniziativa del beato Marco di Montegallo.

A partire dalla fine del Quattrocento i Monti di pietà furono fondati in numerose città di piccole e medie dimensioni, che per la loro operosità economica presentavano una domanda di credito, soprattutto in Lombardia, Veneto, Toscana, Liguria, Umbria, Marche e Romagna (per quest’ultima regione, si può vedere la storia del Monte di Pietà di Forlì).
Uno dei maggiori promotori fu Bernardino da Feltre il quale, rifiutando la proposta di chiedere un tasso di interesse per i prestiti effettuati dal Monte (che dal cristianesimo medievale era considerato usura, in quanto prestare denaro dietro compenso era considerato peccato), elaborò un progetto, basato sull’idea del “fondo di rotazione”, secondo cui il capitale iniziale poteva essere utilizzato come presidio e garanzia dei prestiti concessi sul fondo, senza doverne intaccare la consistenza.
Questa linea di azione recuperava l’idea degli ordini religiosi cavallereschi di conservare il patrimonio per conseguire obiettivi di solidarietà reinterpretandola all’interno di un contesto strettamente finanziario. Essa fu seguita da molti altri Monti.
Occorre ricordare, tuttavia, che la gestione dei Monti di Pietà non fu sempre limpida e cristallina. Molti, infatti, chiusero i battenti per incapacità o malversazioni degli amministratori:

  • il Monte di Perugia avviato nel 1462, entrò in crisi già nel 1481 (contabilità disordinata) e poi anche nel 1503 (truffe dei funzionari);
  • il cassiere del Monte di Macerata fu sorpreso in flagrante malversazione nel 1510;
  • per un ingente furto il Monte di San Severino Marche fallì nel 1473 dopo appena tre anni di vita;
  • nel 1505 metà del capitale del Monte di Siena scomparve e nel 1511 chiuse definitivamente. Un secondo Monte fondato nel 1569 fu costretto a chiudere nuovamente perché nel 1577 il camerlengo e il custode scapparono con la cassa.

Sistemazione normativa nel XVI secolo

Le norme che regolarono definitivamente i Monti di Pietà furono dettate da papa Leone X il 4 maggio 1515 con la bolla Inter Multiplices prodotta nel Concilio Lateranense V. Il Concilio di Trento pose i Monti di Pietà tra gli Istituti Pii.
Questi monti erano il corrispondente di quella che oggi è chiamata una banca etica e furono anche delle banche locali che agirono come veri e propri agenti di sviluppo del territorio. I loro servizi, infatti, non si limitavano ai finanziamenti e alla raccolta, ma si estendevano al supporto di attività politiche e culturali, al sostegno delle attività religiose, all’assistenza ai poveri e ai malati. I Monti furono, inoltre, gli antesignani della raccolta dei risparmi delle classi aristocratiche e della piccola e media borghesia, come suggerisce un opuscolo del 1611 di un certo Hugues Delestre

Evoluzione finale nel XIX secolo

Il Monte di Pietà dei Pilli, a Firenze, verso il 1880.

In epoca moderna, quindi, i Monti di Pietà cominciarono ad evolversi per divenire delle vere Casse di risparmio. Questo processo fu, però, interrotto dall’arrivo in Italia di Napoleone (1796) che, in nome del diritto di conquista, si appropriò dei loro beni come di tutti quelli degli ordini religiosi. Nel 1807, a seguito della Restaurazione, i Monti ottennero nuovamente l’autonomia, ma ormai era troppo tardi per loro e lo sviluppo di servizi finanziari uniti all’impegno sociale passarono alle Casse di Risparmio.
La legge 753 del 3 agosto 1862 trasformò i Monti in Opere Pie, modificandone la natura e l’operatività. Provvedimenti successivi resero di fatto impossibile la continuazione dell’attività di credito dei Monti.

Ideologia e giustificazioni morali

Le peculiarità dei Monti di Pietà possono essere così riassunte:

  1. erano legati strettamente al territorio, cioè prestavano denaro solamente ai residenti o a chi abitava in alcune località nelle vicinanze (espressamente indicate negli statuti)
  2. concedevano in prestito solo somme di entità piuttosto modesta tipicamente con la garanzia di pegni costituiti da oggetti di valore di proprietà dei clienti
  3. i beneficiari dovevano giurare di prendere le somme in prestito per proprie necessità e per usi moralmente ineccepibili.
  4. erano coinvolti nelle attività sociali del territorio in cui operavano in vario modo
    1. accettavano depositi volontari, remunerati con un tasso di interesse;
    2. Cedola da 6 Scudi Romani.

    3. concedevano prestiti alle magistrature cittadine, in occasione di crisi alimentari o di passaggi di truppe
    4. accendevano mutui ipotecari con privati
    5. concedevano doti a fanciulle povere
    6. svolgevano funzioni di tesoreria per conto degli istituti assistenziali operanti nelle comunità.

Il “monte”, cioè il capitale iniziale, veniva accumulato in vari modi:

  • donazioni dei più ricchi.
  • deposito: un vantaggio era costituito dalla possibilità di far custodire al Monte le proprie ricchezze, recuperabili in qualsiasi momento. Un semplice deposito, che a partire da un certo punto sarà anche remunerato, alleggeriva il ricco sia dalla sua responsabilità verso i più poveri (non avendo più denaro in casa, non era tenuto a fare elemosina), sia dal problema pratico della custodia sicura dei suoi capitali.
  • beneficenza: raccolte durante le processioni, sistemazioni di cassette apposite nelle chiese.
  • raccolta a titolo penitenziale: se si donava al Monte qualche bene mal tolto, la donazione cancellava ogni conseguenza di questo peccato; donando al Monte, inoltre, si potevano legittimare figli illegittimi o incestuosi.

Il prestito a interesse nel Basso Medioevo e il ruolo degli Ebrei [modifica]

Nonostante la proibizione ecclesiastica, anche prima dell’invenzione dei Monti di Pietà si prestava a usura anche tra cristiani: spesso si mascherava l’interesse reale dichiarando di concedere un prestito più elevato di quello effettivamente erogato. Alcune famiglie italiane giunsero al potere prestando denaro, abbandonando il settore una volta entrate a far parte della classe dirigente cittadina: i Medici di Firenze ne sono l’esempio più celebre.
Nel Duecento l’Italia era disseminata di banchi di cambiatori, dove si esercitava grande varietà di operazioni, soprattutto il cambio di moneta, ma anche il prestito a usura. Ciononostante, con il progredire di un’economia mercantile, la risposta al bisogno di credito rimaneva insoddisfacente. È a questo punto, cronologicamente situabile tra la metà del Duecento e l’inizio del Trecento, che le città idearono il sistema di prestito a pegno affidato agli Ebrei, che vennero chiamati ad aprire banchi praticamente in ogni centro della penisola e con i quali la singola città stabiliva una vera e propria convenzione.
I tassi di interesse praticati in questi banchi ebraici erano assai alti (a Bologna gli statuti comunali ammettevano interessi fino anche al 20%). La probabile ragione di questa prassi – al di là ovviamente dell’accusa antigiudaica che già allora cominciava a diffondersi, e che voleva gli Ebrei di per sé avidi di denaro, in quanto tutti paragonabili a Giuda Iscariota – è ragionevolmente che gli Ebrei rimanevano – nonostante tutto – estranei al gruppo sociale della città. Pertanto, erano molto alti i rischi che correvano: era sempre possibile che venissero scacciati, o che non trovassero nessuno pronto a comprare i pegni, o che – quando si fossero rivolti alla giustizia pubblica in un processo per la rivalsa sul debitore – perdessero la causa. L’alto saggio di interesse praticato era dunque motivato dal livello di rischio al quale si esponevano.

La predicazione antigiudaica degli Osservanti come premessa per l’istituzione dei Monti di Pietà

Intorno alla metà del Trecento, Francescani, Domenicani e Agostiniani si trovavano in una situazione di crisi, di fiacchezza. In particolare, all’interno dell’ordine francescano già agli inizi del Trecento si era creata una profonda spaccatura tra la maggioranza dei frati (la comunità) e una minoranza agguerrita che chiedeva un ritorno alla purezza originaria della regola francescana, gli Spirituali.
Nella seconda metà del XIV secolo, Paoluccio Trinci di Foligno, raccogliendo l’eredità degli Spirituali ormai sconfitti, diede inizio a una esperienza di francescani eremiti, e il papa Gregorio XI Beaufort riconobbe a queste piccole comunità il diritto di autogestirsi in alcune cose. Nasceva così la corrente dell’Osservanza francescana, il cui percorso verso il pieno riconoscimento istituzionale impiegherà oltre un secolo. In Italia, le colonne dell’Osservanza furono Bernardino da Siena, Giacomo della Marca, Giovanni da Capistrano. L’Osservanza passerà intanto dalla esperienza di movimento eremitico alla scelta strategica della città; nel contesto cittadino i frati osservanti assunsero una molteplicità di funzioni: confessori, consiglieri, garanti della buona amministrazione di ospedali, talvolta persino incaricati delle finanze cittadini, arbitri della pacificazione tra partiti, ambasciatori, persino spie.
L’Osservanza testimonia il passaggio dalla inquietudine tipica della seconda metà del Trecento (dopo l’inizio delle pestilenze) verso un grande progetto di instaurazione di una società cristiana, tipico di tutto il Quattrocento: una straordinaria opera di disciplinamento della società attraverso lo strumento essenziale della predicazione. Il programma dei frati osservanti, ricostruibile per esempio attraverso le prediche di Bernardino da Feltre giunte fino a noi, era quello di dare alla società una forma compatibile con i valori e le regole morali del cristianesimo: una società “coercitivamente cristiana” (secondo la felice definizione di Rinaldo Comba).[senza fonte]
Il programma di predicazione degli osservanti portava in sé un forte invito e stimolo alla produzione e alla circolazione di ricchezza (fino al Medioevo centrale ogni forma di arricchimento basata sul far circolare denaro a interesse era stata bollata come usura). La lezione del grande intellettuale Pietro di Giovanni Olivi aveva avviato una nuova riflessione sul denaro (testi Sull’usura, Sulle vendite): le riflessioni dell’Olivi sul denaro erano molto spregiudicate, soprattutto se si pensa che questo frate era uno strenuo sostenitore della povertà (ma, appunto, della povertà volontaria nella Chiesa). Agli inizi del Trecento veniva così delineato in un modo nuovo il discrimine tra usura e giusto interesse nel prestare denaro. La nuova razionalità economica nasce a questo punto.
Nel Quattrocento si ritrova così, nei predicatori osservanti, una valorizzazione del mercante-banchiere e insieme una feroce condanna dell’usuraio (che nelle prediche si identificava con l’ebreo). Un punto di forza degli osservanti fu proprio questa loro alleanza con il nuovo ceto emergente della borghesia. Esattamente in questo periodo, tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento, cambia il rapporto con gli Ebrei e incomincia una nuova ondata, forte e violenta, di antigiudaismo: episodi di violenza scoppiavano in occasione del Natale, della festa di Santo Stefano, della Pasqua, e soprattutto in connessione con campagne di predicazione dei frati minori o dei domenicani. Gli osservanti (per esempio il domenicano Vincenzo Ferrer), all’arrivo in una città o in una regione, insistevano perché negli statuti fossero inserite norme per limitare l’attività degli Ebrei (in Savoia nel 1403, a Cuneo poco dopo, etc.): imposizione del segno distintivo, limitazione della libertà di insediamento e di movimento nella città. È così che, giunti alla seconda metà del XV secolo, le campagne di predicazione degli osservanti contro la ricchezza degli Ebrei si traducono in un’azione concreta: l’istituzione dei Monti di pietà.
Il principio del Monte di Pietà era l’asta. Fino ad un certo punto, il Monte di Pietà funzionava come un banco ebraico: piccolo credito su pegno; ma se il debitore non riusciva a saldare il debito, il pegno doveva essere messo all’asta in città, non venire rivenduto altrove. In questo modo il bene restava all’interno della comunità, che così – nel suo complesso – non si impoveriva.

La questione dell’interesse

Quando i monti di pietà furono istituiti, molto acceso fu il dibattito sulla liceità dell’imposizione di un tasso di interesse. Alcuni (sulla scorta, per esempio, di Tommaso d’Aquino) consideravano infatti inammissibile l’interesse, in quanto vietato dalla morale cristiana (Cfr. Lc 6,34-35); per questo gli ebrei, ai quali erano state vietate tutte le attività professionali che facevano capo alle corporazioni, avevano sviluppato l’attività finanziaria prima dei cristiani, i quali, pur sfruttando questo loro servizio, continuavano a considerarli avidi e strozzini.
Alla fine, comunque, nei Monti di Pietà furono ammessi tassi oscillanti tra il 6 ed il 10%, considerati una forma di protezione contro le insolvenze, così da consentire la sopravvivenza del Monte stesso ed un autofinanziamento utile per ampliarne le possibilità di soccorso (in sostanza, l’interesse non era un “costo del denaro” prestato, ma un “costo del servizio” operato dal Monte, con una giustificazione etica molto simile a quella che ispira anche la finanza islamica).

Note

  1. ^ Franco Bertini (a cura di). Storia delle Marche. Bologna, Poligrafici editoriali, 1995. pag. 98.
  2. ^ Catholic Encyclopedia: Montes Pietatis

Bibliografia

  • Monti di pietà e Monti Frumentari ricca bibliografia per le istituzioni dell’Italia centrale
  • Per i documenti del re Giovanni II di Castiglia e di papa Eugenio IV si veda: Saturnino Ruiz de Loizaga, Lo sacro y lo profano en la España de los siglos XIV-XV. Segun documentos del Archivo Vaticano, Miranda de Ebro, Fundacion Cultural profesor Cantera Burgos, 2007, pp.47-84.
  • V. Meneghin, I Monti di Pietà in Italia: dal 1462 al 1562, Vicenza, LIEF, 1986.
  • D. Montanari (ed.), Monti di Pietà e presenza ebraica in Italia (secoli XV-XVIII), Roma, Bulzoni, 1999.
  • M.G. Muzzarelli, Il denaro e la salvezza: L’invenzione del Monte di Pietà, Bologna, Il Mulino, 2001.

Voci correlate

Facebook o Facebuy

Apr 23, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Il famoso social network si trasforma in broker per Wall Street, annuncia quasi attonito il sole 24ore di sabato 21 aprile. Grazie infatti alla piattaforma di trading azionario Loyal3 sarà possibile a breve, con un app dedicata, fare “puntate” minime anche di 10 dollari ed acquisire  azioni di società con un semplice click “mi piace”. Strepitoso no!
Una vera e propria scorciatoia degli internauti per raggiungere e conquistare la terra del capitalismo, uno sbarco di massa nelle lontane foreste dell’azionariato diffuso.
E così dopo le casa discografiche anche le banche subiscono la stessa crudele sorte, saranno brutalmente tagliate fuori dal mercato facendo piazza pulita di tutti i suoi mercanti e noi,  potremo così liberamente e tranquillamente scaricare musica ed azioni a tutto spiano.
Vista così non mi pare una grande conquista, sembra piuttosto una normale evoluzione di quella grande area gioco delle scommesse on-line che infestano sempre più il cielo del web.
Più che una piattaforma di trading azionario questa startup californiana che si è data come mission quella di democratizzare il mercato azionario aprendo le porte della Borsa ad investimenti alla portata di tutti sembra assomigliare a quei maglifici e surreali di ponti levatoi tipici dei film di Monty Python lanciati alla conquista dei palazzi delle nostre metropoli.

EPPURE
A pensarci bene “Occupy Wall Street” può e forse deve riempire questi spazi, i click possono fare altrettanto rumore dei cortei e degli slogan anzi, le singole aziende possono subire milioni di piccole scosse capaci di nascondere ed eclissare persino le performance dei singoli indici azionari.

Persino un evento esterno, un incidente ambientale, un infortunio di lavoro, una serie di scioperi possono divenire uno spunto di riflessione che precede il fatidico momento buy/sell.
Il perdurante limite dell’informazione è quello di separare gli ambienti ed i temi in cui essa trova espressione, la rete può divenire il luogo della contaminazione assoluta, dello sguardo in rifrazione permanente capace di scomporre i singoli eventi e le forze che le muovono.
Per troppo tempo l’informazione economica ha attraversato tutti i luoghi sempre con la solita veste neutrale ed asettica quasi che gli indici e le quotazioni di borsa presenti in pagina attribuissero una  gratuita aurea di sacralità alla cronaca economica di commento.
Per tale motivo giornali e tv per troppo tempo sono state stampelle di questo assetto economico mentre nello spazio dello smisurato web resistono/insistono le forze e le capacità di liberarsi di questa assurda economia ad una sola dimensione.
Non è per caso che web ha rivoluzionato persino la stessa politica di governo delle aziende, infatti grazie al decreto legislativo 27 del 27 gennaio 2010 gli statuti di ogni società possono consentire le svolgimento delle assemblee in collegamento audio/video e l’espressione del voto con mezzi elettronici.
Ma di questo parleremo un’altra volta.

Di che colore è l’articolo 18?

Apr 12, 2012   //   by wbottoni   //   Sindacato  //  Nessun commento
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Tra le poche idee buone prodotte dall’attuale Governo, che peraltro, non hanno ricevuto particolare attenzione, ho amaramente condiviso l’idea del ministro per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione Andrea Riccardi  – che ha, tra le altre,  la delega per i Giovani, la Famigliae la lotta alle dipendenze – di rendere dura la vita all’industria del gioco d’azzardo.
Chi di noi non ricorda che nella favola di Pinocchio il gatto e la volpe arrivano nel campo dei miracoli passando attraverso il Paese degli Acchiappacitrulli o dei Barbagianni? Quanti di noi rammentano che il “Gratta e vinci” nasce proprio nel ’94 con il Governo Ciampi per finanziare il piano per il lavoro di Gino Giugni?

Eppure, il nostro è il Paese dove l’intero comparto nazionale del gioco muove qualcosa come 60 miliardi di euro, ed ogni italiano spende ogni anno mediamente, come direbbe Trilussa, non meno di 1.250 euro.
In fondo, a pensarci bene il gioco è nient’altro che che la rappresentazione della  cruda parabola  del – genio – del capitalismo  così  mirabilmente definito da Barbara Spinelli in un recente articolo su Repubblica.
I suicidi in  Grecia o in Italia sono una manifestazione di ribellione contro il cosiddetto fatalismo di quella giostra  impazzita chiamata mercato contro cui nulla si può se non caderne definitivamente fuori.
In fondo per l’articolo 18 si sono spese sinora migliaia di parole, si sono consumate strappi violenti tra e dentro le parti sociali e politiche senza che a nessuno fosse balenata l’idea di legare quella minuscola idea del ministro Riccardi di contrastare l’industria del gioco per cercare d’intercettare quel disperato flusso di denaro verso progetti di futuro fatto a su misura di giovani e magari di difesa e valorizzazione dei beni comuni.
Invece, ogni mattina ci svegliamo circondati, assaliti, rincorsi oserei dire, da numeri e cifre di ogni sorta, spread, indici di borsa, calo del Pil, tassi di disoccupazione e via via  rosari di ogni sorta e fattura.
La sensazione che riceviamo è quella che il nostro sorriso siano attaccati a tutti queste cifre ed al colore dei numeri che all’alba spuntano imponderabilmente dalle nostre tv o radio..

Il concetto di probabilità sembra che fosse del tutto ignoto agli antichi malgrado si sia voluto trovare qualche cenno di ragionamento in cui esso è implicitamente presente. Il primo documento in cui si fa cenno alla probabilità si può far risalire al 1324 (1325) ed è un commento di Giovanni della Lana alla seguente terzina dantesca del IV Canto del Purgatorio della Divina Commedia:
Quando si parte il giuoco della zara
Colui che perde si rimane dolente
Ripetendo le volte e tristo impara

Poi arrivarono i matematici Pascal e Fermat  che cominciarono a studiare intorno al 1650  i quesiti che un accanito giocatore d’azzardo – il Cavaliere de Méré sollevò loro.
Nacque così il gioco del lotto che tanto contribuì alla solidità finanziaria di quelle nazioni che se ne avvalsero nei secoli successivi.
L’Italia di oggi con la disperazione e la sfiducia che l’attraversano da nord a sud sembra assomigliare, viaggiando nel tempo, allo stesso territorio percorso dal disagio e dalla miseria della fine del ‘400 che vide nascere i Monti di Pietà
Uno di questi, il più antico di tutti si chiamava Monte dei Paschi.
Purtroppo la notizia di oggi  è la seguente: – un ATM della Banca MPS sarà installato a giorni all’interno della catena di scommesse “Time City”.